VOCI NEL MOVIMENTO

VOCI NEL MOVIMENTO



Campidoglio. La città di Roma è di nuovo teatro di un acceso dibattito politico. Abbiamo voluto
infiltrarci tra gli esponenti del Movimento oggi al governo della Capitale e porre alcune domande.
Roma città eternamente contesa, Roma dalle piazze teatro di storia e di scontri, oggi è guidata da
una rappresentante del Movimento che ormai tutti conosciamo. E’ una donna puntuale e sobria, che attraversa ora la piazza municipale in tailleur blu solcato dal tricolore. E’ scura in volto ma il passo
è determinato e fermo, è il passo di chi non si ferma. Porta i segni della tensione scatenata negli
ultimi giorni sul Movimento cui lei appartiene. Autori di questo attacco ancora una volta i media,
nemici di qualunque forma di ordine e di stabilità; negli anni, hanno creato un tale clima di
delegittimazione e sfiducia attorno alla politica, da spingere un buon numero di parlamentari e
amministratori capitolini verso il centro d’ascolto psicologico istituito presso il Ministero della
Sanità. Oggi la vita di chi fa politica è profondamente minata nella salute che nella psiche, è giusto
dirlo. Nel nostro tempo, cinico e sperduto, chi fa politica è da considerarsi un martire pronto a
qualunque sacrificio per la salvaguardia del potere finalmente acquisito e legittimato dal voto.

Una donna del Movimento è pronta a rispondere ad una prima domanda:
“Lei non crede che sia da valutare positivamente questo attacco alla giunta romana? Ci risponda
dicendo nome e professione, grazie.”
“Sono Francesca, avvocato civilista. Assolutamente sì, senza dubbio questa ennesima campagna
infangatrice… o infangante, beh ci siamo capiti… Insomma questo accanimento verso il nostro
sindaco e le sue scelte di governo ci fa stare finalmente tranquilli. Ora siamo in linea con le
normali dinamiche della politica. Non saremo più tacciati di diversità, di moralismo ossessivo, di
settarismo addirittua. Ora siamo come le altre forze politiche e questo davvero ci solleva. Però
adesso, dovete lasciarci lavorare, darci tempo.”
“Scusi, la questione della consorteria femminile nella politica contemporanea, cosa ne pensa?”
“Penso che se le donne governassero ancora di più, avremmo un paese meno ridicolo.”

Ci rivolgiamo adesso a un signore in maglietta bianca che ci viene incontro a braccia levate.
“Questo è un sogno che si infrange sugli scogli degli interessi forti della capitale” grida
emozionato, ha un lieve tremore sulle labbra. Lo lasciamo proseguire: “Nun ce lassano lavorà, no’
‘o vedi? So’ manco tre mesi che stiamo su e già c’avemo contro pure i sorci che prima ce grattavano
le sòle… No, nun è più il tempo. E’ finita. Lassamo i commenti ai politici de professione, loro sì
che sanno, che sanno analizzà, chiedi a loro che cosa ci hanno fatto!… Han ridotto un movimento
ad un partito! Un altro partito, capisci?” L’uomo visibilmente provato ha un malore e viene
allontanato da giovani neofascisti fieri di essere ripresi in questo gesto politicamente corretto.

Volgiamo il microfono a un giovane che si dichiara realista moderato.
“Mi chiamo Alessandro, hacker per conto dell’agenzia delle Entrate.”
“Senta – gli domandiamo ­ è forse questa dura reazione delle opposizioni attraverso la stampa, una
forma di rivendicazione dopo le vittorie morali e materiali del Movimento fino alla conquista della
capitale? Pensiamo alla grande marcia su Roma che radunò in piazza San Giovanni quasi un
milione di cittadini per le politche del 2013 rubando la scena all’allora forza di governo, ma
soprattutto alla strabiliante crescita del movimento nel giro di pochi anni: dovete pagarla in
qualche modo, non crede sia questo? Il mondo politico vi detesta perchè nascete diversi?”
Il giovane ci strappa il microfono per assicurarsi tutto il tempo che gli occorre:
“Siamo stati un movimento espressione dei singoli cittadini, questo nessuno può negarlo. Ora
siamo diventati un partito, un’associazione di cittadini che vuole governare, perchè può e deve
farlo. Tra noi uno vale sempre uno, e quindi anche il sindaco è un singolo, per quanto espressione
qui a Roma di milioni di cittadini; un singolo che segue i propri istinti politici, la propria ragione di
stato, le proprie idee, che poi son quelle di tutti noi. Certo, realisticamente, ci auguravamo, in un
certo senso, di poterci sporcare le mani anche noi qui a Roma, ancora pirma di cominciare a
governare; speravamo di poter essere screditati su tutti i network, come deve accadere ad ogni
partito politico per legittimarsi in quanto tale.”
“Mi scusi, ma lei elude la domanda di partenza sulla vostra peculiarità che oggi sembra…” L’uomo
alza improvvisamente il tono della voce: “Basta! Non se ne può più di questa storia! Tutti convinti
che noi siamo diversi, che siamo incapaci di fare una politica concreta di governo, che siamo
infantili, inesperti, finiamola! Noi non siamo diversi, pure noi abbiamo le nostre grane con le
organizzazioni malavitose, la corruzione della classe dirigente… Pure noi abbiamo diritto ai nostri
avvisi di garanzia, alle nostre indagini dell’Ecomafia, ma approfondite veramente, non solo
strumentali. E siamo pronti ti dico, eravamo già pronti, coi nostri capri espiatori scelti dalla base,
se proprio non si è ancora capito. Il movimento non è ingenuo, non è populista, non è ghibellino. E’
italiano. E’ realista! E’ pronto soprattutto.”
“Fateci lavorà e basta!” interviene una signora in bandana gialla tra la folla che va infittendosi
sulla piazza.

Attira la nostra attenzione un banchetto che distribuisce copie della rivista anarchica italiana,
presidiato da agenti della polizia. Tafferugli tra gli attivisti e gli anarchici vengono ripresi dai
telefoni dei primi al grido di “Paraculi” fino all’intervento delle forze dell’ordine.

Stanno radunandosi nella piazza decine di artisti pronti a dare il loro appoggio al Movimento. A
capo del gruppo, Dario Fo, su una sedia a rotelle, sorride e parla dentro un megafono protetto da
una cerchia di volti noti della scena romana.

C’è ancora tempo per un ultimo intervento prima che la folla ci travolga. Lo indirizziamo a una
giovane con in braccio il suo cucciolo:
“Lei cosa prova davanti a questa donna sindaco, che sensazioni ha?”
“Mi presento innanzitutto. Eva, 25 anni, laureanda in antropologia mediatica qui a Roma. Sono
molto contenta di quanto sta succedendo al Movimento. Noi siamo una forza sempre nuova e
sempre giovane, anche quando saremo al governo vedrà che sarà così. Dobbiamo farci le ossa
anche attraverso il confronto con la magistratura che ormai sappiamo essere un vero e proprio
strumento politico, uno strumento utile per tutti s’intende… Perchè sì, ormai la politica si svolge in
questa dialettica tra magistrati, amministratori e malavitosi o corrotti, non vedo come altrimenti.
La gente segue solo la cronaca politica non la vera azione, che è fatta di continui aggiustamenti, di
sottili tessiture, di indagini e di condanne. E’ un’arte per tanti versi oscura la politica. In ogni caso
la nostra sindaca è giusta, consapevole, forte; è bella e gentile. A noi donne piace molto, specie per
la sua sobrietà e la disubbidienza ai modelli maschili che non accettano la virilità in politica da
parte delle loro colleghe. Abbiamo finalmente una donna sindaco a Roma, una donna che è anche
un uomo, è un politico ma è innanzitutto un giurista, è romana ma non certo una volgare borghese
come tante. Ha stile, ha dolcezza, e soprattutto è bella, bella senza vanità, guardi che stile”
conclude indicando la sindaca che si affaccia da una finestra del palazzo.
Il piccolo cane, stanco di essere trattenuto, comincia ad agitarsi e ad abbaiare, congediamo la
giovane. La folla è crescente. Riusciamo a malapena a divincolarci tra la gente che si accalca per
l’arrivo dei vertici del Movimento.

Ai margini della ressa, un gruppo di pittori protesta contro la tirannia delle immagini fotografiche.
Riusciamo a porgere il microfono a uno di loro, particolarmente abbattuto: “Per noi ritrattisti è
finita. Ormai le App trasformano un selfie in un ritratto che puoi stampare. Ci siamo ridotti a
mendicare e a posare per le foto coi turisti.”

Ecco che divarica la folla l’arrivo del presidente con gli alti esponenti del Movimento. Un cordone
di gladiatori romani li circonda. Gli attivisti esaultano.


A CIASCUNO IL SUO SPETTACOLO COMUNISTA

A CIASCUNO IL SUO SPETTACOLO COMUNISTA



Questo atto barbarico che è la recensione, si rivolge ad un lavoro che andrebbe solo accolto nell’alveo delle espressioni politiche dal basso.

Uno spettacolo comunista: Alleluja è il titolo seguito dalla nota “un insuccesso annunciato”; un lavoro cantato e recitato da Fortunato Stramandinoli (in arte Fofò) e Roberto Scappin, il primo alla testa della formazione romagnola L’insolito Clan, il secondo fondatore della compagnia teatrale Quotidiana.com. Siamo a Castiglioncello, sul litorale di Livorno, città-battesimo del partito comunista italiano, precisamente a castello Pasquini, ospiti di Armunia.

Si muove verso la Sala del Camino una folta confraternita di possibili nostalgici. Il titolo del lavoro è incontrovertibile; un richiamo ancestrale, quasi religioso, per chi tentasse una ricognizione del pensiero comunista fino ai primordi della cristianità; una tentazione al dissesto morale. Comunista, comunismo, sono parole sacralizzate e demonizzate da miriadi di contrapposte incertezze, sono la storia e l’inesauribile sua negazione.
Ho immaginato gli sforzi dei due attori per resistere all’irrisione della contemporaneità rispetto a questo ennesimo lavoro fatto di rabbie e nostalgie. Se non è puro cabaret, se non sei Gaber e poi Paolo Rossi (per citare due nomi tra i pochi), è un suicidio artistico affrontare la tematica comunista in questo angolo morto di storia.

Si inizia. Due uomini in piedi uno in fronte all’altro, la bocca di un camino al loro fianco, nella semioscurità e nei respiri di un pubblico in dimessa attesa. Qui nel castello, espressioni come socialismo reale o lotta di classe acquistano una certa tensione estetica, si fanno già – per questioni simboliche – vessilli di sopite lotte (interiori). Uno spettacolo comunista dentro un castello nobiliare di fine ottocento oggi sede di una avventura teatrale grande come quella di Armunia è già in sé un trionfo che usurpa e sutura giustizia. Un trionfo sociale. Nell’aria i fendenti del vento che spinge da fuori. Contrapposti, i due si concentrano prima di ogni attacco su un terreno a massimo rischio di paternalismo e di pietas.

È un lavoro che già nel titolo si esaurisce e sazia, si pensa. Che fanno questi due? Leggono testi, cantano, intonano liturgie. Intanto Stramandinoli dilata con la musica la parola, la fa volare oltre la scena, l’altro, in un sapiente delirio, si lascia possedere da più anime in uno psicodramma musicato. Il dibattito è aperto, itoni si moltiplicano, non si lascia nulla alle sentenze.
Li guardi bene, cerchi di anticiparne le mosse, capirli, smontarli, ma i due retori rimarranno impenetrabili fino alla fine. Dopo aver perorato, cantato, suonato e ballato il loro spettacolo comunista, non avremo afferrato nulla che non sia il meccanismo espressivo che lo struttura: la lettura di testi inviati da diversi partecipanti interpellati sulla parola comunismo.

A metà dello spettacolo la pioggia mormora fianco ai muri. Cresce, in un cadenzato greve, che risuona sulla terra e la pineta intorno al castello, che immerge le pause dei due dentro l’irta drammaturgia collettiva.
Oltre un’ora di letture, di arie alla chitarra, di passi isterici, di grida, di pianti e strepiti ma in ultimo non sapremmo dire né guitti, né cantanti, né propriamente attori; non sapremmo dire cominci, drammatici, nostalgici, giovani o vecchi. Senza nessun espediente classico, senza un’intuibile scrittura di scena che non siano i testi inviati da una cinquantina di persone e alcune sacre letture, senza una scena, trattare uno spettacolo comunista attraverso lettere frammiste a bocconi di storia del pensiero politico, di filosofia del partito comunista sovietico, citando testi di Gramsci capaci ancora di ferire il buon senso.
Uno spettacolo comunista come questo, sta nel fatto che quanto abbiamo visto possa accadere e accadere qui, dentro la stagione di Armunia.

Rappresentazione ed espressione in questo lavoro vogliono coincidere, così come titolo e svolgimento. Scorrono i minuti nell’apparente leggerezza degli arpeggi di chitarra; emergono le voci, le diverse voci dei perdenti-resistenti, dei deboli, dei giusti, dei morti, sui diversi registri vocali di Scappin.
Si cita un mondo di pensieri e divinità per cantare gli ultimi. Si sottolineano i testi, le invettive, con la chitarra pronta al ghigno irresistibile di Fofò. Ne esce un impasto dolce e ironico di note e parole, sotto luci funeste e i lampi da fuori; un impasto che pure fa bene al cuore, massacra il cuore. Alloggiano nel cantato i fantasmi di Gaber e Faber, le lettere dei tanti interpellati dischiudono intimi ricordi di famiglia e di sezione, riemergono a migliaia le pagine di storia inutilmente studiate, sotto le quali un eterno comunismo invecchia decrepito senza lasciarsi morire.

I due retori ci risparmiano gli occhi fino all’ultimo, li levano piuttosto al cielo. E c’è odore di sincerità e di catarsi anche quando alcuni passaggi si piegano a inevitabili slogan del passato mimati con bombolette spray sul muro che separa il patetico dall’estremamente umano. Ma la politica è la retorica del sentimento, è la tecnica dell’ascolto acquisito, così l’antipolitica a sua volta non può non esserlo.

Si transvola lievi e poi grevi sulle vicissitudini del Pci nostrano e i suoi rimorsi, ma non si fanno analisi, qui si fa spettacolo, uno spettacolo comunista, verosimilmente suicida. Si declina l’amarezza personale assieme al pubblico e di questo si fa un pugno di popolo.
Eh la modernità è uno dei refrain sugli arpeggi di chitarra… Già, e il mento di Fofò ondeggia irsuto nel substrato di apparenti amenità. Poteva amici e compagni venir fuori una qualunque delle litanie per giunta retoriche e moraleggianti sulle tante e troppe macchie e sui vuoti del comunismo (nostrano e non). Invece, è avvenuto un transfert tra gli attori e il pubblico. Nonostante la cosiddetta quarta parete sul palco, ci siamo guardati e visti tutti emozionati tra tutti, gli uni con gli occhi degli altri (attori compresi); ci siamo anche indisposti per le stoccate sull’indifferenza e la menzogna con cui tiriamo avanti e sopportiamo la vita; infastiditi poi nelle parole di Gramsci, ma anche muti, pronti a domandarci un’altra volta le cose che ci domandavamo quando avevamo risposte certe quindi sbagliate. Quando “qualcuno era comunista” come cantava Gaber.

Uno spettacolo è per sua natura autoritario; impone parole, suoni, impone il proprio tempo. Si scrivono testi per ricattare moralmente il pubblico, costringerlo ad ascoltare, a scomporsi pur restando fermo.
Questa volta un piccolo campione di popolo è stato invitato e letto davanti a un altro campione di popolo che ha formato il pubblico. Un micro-congegno comunista è riuscito a produrre una minima partecipazione. Questo va osservato, va detto.
Nonostante ce ne siano stati i presupposti, nessuno ha riso troppo. Se avesse riso, una platea accondiscendente avrebbe avvilito il senso né comico né storico o politico ma radicalmente umano di questo lavoro collettivo (leggi comunista).