DELIRIUM TREMENS

DELIRIUM TREMENS


Foto LaPresse/Marco Cantile

Quello dei telegiornali e dei programmi di approfondimento e talk show nei giorni scorsi. Parliamo del terremoto mediatico, quello sismico rimane una complicazione per la scienza e l’ingegneria.

Pensieri che covano da giorni, da quando ci siamo svegliati dentro una roulotte dondolante in un campeggio delle Marche, la notte del 24 agosto. Abbaiavano i cani, lungamente, in sincrono con gli allarmi delle auto.

Qualche secondo dopo la prima scossa, è partita una cronaca inarrestabile sui social poi in diretta tv: la diretta dalle macerie ancora fumanti, della conta dei cadaveri e dei salvati.

E’ il circo televisivo che addomestica il dolore, la la morte, il disastro. Nulla di nuovo.

Lo spettacolo del dolore e dell’orrore come vincolo sociale, come strumento regolante certi rapporti di produzione: discorsi che paiono oggi stanchi, esausti. Ma i recenti episodi di accanimento mediatico hanno ridestato il fantasma del filosofo Guy Debord, morto suicida nel 1994. Torniamo al suo saggio, La società dello spettacolo (1967); per quanto compiaciuta e smaccatamente marxista, l’analisi di Debord tesseva una previsione allarmante che oggi è la normalità, l’assuefazione all’orrore quotidiano: la mercificazione delle immagini, la religiosa pervasività del macabro nelle nostre pause dall’affanno.

Le immagini sul terremoto che ininterrottamente abbiamo colto dai vari network, sono state utili alla valorizzazione dei prodotti in onda, i quali ci sono stati venduti in cambio di un più ampio assorbimento (assortimento) di spot pubblicitari.

L’informazione può omettere le immagini, lo spettacolo no. E le immagini che abbiamo visto in buona misura hanno intrattenuto, guadagnato su diversi parametri, poi anche informato.

“Uomini oculari”, abbiamo bisogno di vedere, di verificare, con l’occhio implacabile delle telecamere fin dentro gli armadi divelti, con set assemblati per l’occasione da trasmissioni (come quella de La7 In onda) condotte direttamente tra le macerie, arrangiate in fretta, per conquistare il primato dell’audience. Così abbiamo seguito Labbate e Parenzo, esponenti di un giornalismo che vorrebbe rinnovarsi, emanciparsi, ma non riesce che a slacciarsi le cravatte dopo averle assotigliate.
Abbiamo avuto il nostro spettacolo, espiando in parte nuove colpe col vangelo delle immagini.

Coprotagonisti dei servizi televisivi, i cani sono parsi i più eleganti. Eroici salvatori di decine di uomini, cani da soccorso e cani salvati, cani poliziotto e cani pompiere.

Profluivio di mmagini, dirette infaticabili, interviste imbarazzanti a vecchie piangenti in camicia da notte; cadaveri coperti da teli bianchi, bambini rattrappiti su barelle precarie, qualche reduce narratore allucinato (come quello chiamato a testimone tra Labbate e Parenzo durante In onda, con i due a guardia della sua escandescenza oratoria), e ancora famiglie lacerate, disanima degli oggetti del quotidiano confusi tra le macerie, riviste, indumenti, la vita degli altri, la sua distruzione, col vessillo della libera informazione, della comunicazione tra i singoli, non sempre concordi (qualcuno ha attaccato certi osceni giornalisti gridando Basta, andatevene!).
Una reality istituzionale dapprima improvvisato poi strutturato e diviso in palinsesti.

Dopo tanta visione, sono giunte le analisi sul prima e sul dopo. Noiose, ripetitive, discordanti, in ultimo avvilenti, saranno approfondite sui giornali e ripescate durante le future campagne elettorali.

Viene voglia di abbaiare qualcosa di più: la volontà e la responsabilità di ogni singolo spettatore in tutto questo. C’è il nostro voyeurismo nei video ininterrotti giunti a casa nostra dall’epicentro sismico; c’è il nostro masochismo davanti a veterani del circo mediatico come Bruno Vespa.
La complicità del pubblico nella diffusione di questo tipo di “informazione” è (stata) alta. Senza il pubblico, senza gli spettatori, questo giornalismo (televisivo) sarebbe onanismo di categoria.

Blob (efficace vaccino televisivo) nelle sere di estenuanti cronache dal terremoto, ha riassunto la questione. Con precisione alchemica e sapiente mescolanza di elementi audio e video, ha sintetizzato l’eccitamento espressivo di tanti giornalisti, la tensione quasi-erotica di alcuni servizi, l’imbarazzo di tante parole e gesti sfuggiti al controllo, la criminalità di intrusioni e domande al culmine dell’ipocrisia. Lo squallore in diretta, incapace di correggersi, di arrestarsi, nella furia emotiva di collegamenti precari, e ad attenderlo milioni di telespettatori. Poi, scosse di terremoto davanti alle telecamere indomite, crollo di una mezza casa durante la diretta, la caduta nella caduta, la causa che supera gli effetti, il visto che diventa vero.