GORINO, LA LIBERTÀ DEGLI ULTIMI

GORINO, LA LIBERTÀ DEGLI ULTIMI



Ultimi in fondo alla valle, in fondo alla provincia.

Frequentatori e osservatori attenti del luogo, siamo cani di valle, pedalatori di fiume.

Lo stesso cane che rappresenta Undog ci è apparso poco tempo fa sul Po di Gorino, a bordo di uno scafo che fendeva il fiume verso il mare.

A Gorino il mare è tragico, è il mare della pesca e del lavoro. Si insinua fin dentro il paese e non regala niente.

Tanta della bellezza del basso delta risiede nell’isolamento di questo lembo di terra poco abitato. Aspra, sempre sbigottita davanti ai visitatori, piegata ai propri ritmi e rituali, Gorino è una frazione dove arrivi e ne comprendi i motivi solo dopo, nell’indistinto miscuglio di umanità e natura che in silenzio ti avvince.

Siamo tornati a Gorino lungo la strada omonima che da Goro termina nel porto di pescatori. La strada è quella sbarrata ai Carabinieri che scortavano l’ormai famoso pullman delle otto donne migranti. Così Gorino, sperduta nel basso nord-est, sbarca in cronaca, si fa caso popolare e politico, resuscita alla memoria di alcuni, tocca la curiosità di tanti.

Mentre la politica confeziona le sue spicciole battaglie, le istituzioni rabberciano analisi e mea culpa d’occasione, i pochi abitanti della frazione istintivamente continuano a difendere la loro storia, le poche certezze lasciate fortificarsi sole, distanti una decina di chilometri dal welfare dei servizi sociali, della banda larga, dei trasporti comunali, molti di più dalla fiducia nei prefetti e nello stato.

Qui la definizione di società liquida di Bauman non trova corrispondenza, perché la gente a Gorino vive in un proprio schema rigido, semi-autarchico; la frazione, isolata e compatta in sé stessa, è pronta a stringersi attorno a qualche pedana di legno e un falò sentendosi comunità che difende quel che le resta, il territorio, i suoi simboli. Che vive di quanto ha e di quanto ha strappato al mare, alle faide tra allevatori di vongole e alle elargizioni delle politiche pubbliche.

Undog torna ad affacciarsi sul delta del Po, contro le conclusioni solamente politiche riguardo le “barricate” di Gorino che politiche non sono. Sono piuttosto reazione pre-politica, civica, legata all’equilibrio di una comunità minima, della vita dei cittadini che riempiono le quattro strade, i due alimentari e la tabaccheria del paese, e che hanno come luogo di ritrovo l’Ostello-bar Gorino divenuto in poche ore rifugio imposto per migranti.

L’Ostello, gestito da una giovane serba e il suo compagno, è diventato in pochi anni il centro sociale del paese, l’unico luogo che interrompa la metafisica della piazza con la sua chiesa anni ’50 e il monumento ai caduti in mare. Il bar è poco più di una stanza con pochi tavoli e due slot dietro una tenda, ma nei giorni più bui diventa un salotto dai colori vivaci, dove giovani e vecchi si ritrovano tra le carte da gioco e una tv appesa al muro.

Davanti a un ordine di accoglienza forzata e ai timori più bassi sull’entità dei nuovi arrivi, la comunità ha difeso la propria libertà di rifiutarsi e con questa le paure ancestrali di persone soggette ai pericoli; egoisticamente hanno detto no secondo natura, per una logica intima fatta di privazioni lasciate indurirsi in sé stesse. Chi è prossimo all’emarginazione reagisce spingendosi ai propri stessi margini; la cultura dell’accoglienza (la sua retorica istituzionale) rappresenta un lusso a cui non aspira.

A uno dei luoghi più sofferenti e sperduti della provincia, l’istituzione ordina di accogliere profughi rimbalzati per settimane da un rifiuto all’altro fino a lì, a Gorino. Ai confinati indigeni si impongono i confinati istituzionali, ai quasi poveri i davvero poveri, ai dimenticati gli invisibili. Non c’è misura in questa pretesa.

Crediamo che le barricate del 24 ottobre non siano state alzate contro ma davanti: davanti ai cittadini di Gorino, a difesa di un orgoglio locale ridestato da una richiesta diventata pretesa, formalmente aggressiva; barricate alzate per difendere un’isola che vuole restare tale, con la dignità dei reietti che dimenticati dal mondo hanno imparato a respingerlo.

Ci vuole il senso del grottesco cui siamo tanto affezionati, per sorridere davanti a questa vicenda che la politica trasformerà in arena e i gorinanti nell’avventura che sarà servita a farsi valere, a esprimere un principio di volontà contrario all’obbedienza.

Chi ha levatura umana e intellettuale per comprendere le debolezze e i bisogni di chi cerca asilo, trovi qualche ora per visitare Gorino in un tardo pomeriggio di novembre; passi davanti alla piazza dei caduti, al porto ammassato di piccole imbarcazioni tenute assieme dalle reti da pesca; non troverà nessuno per le strade, nemmeno l’ombra di un giovane che rientri da una qualche occupazione. Chi lavora resta in mare fino a sera, il paese sembra sfollato, stretto al fiume, ripiegato sul mare. Una qualche voce si leverà dalle luci dell’ostello-bar. Sarà la gente che qui resiste anche grazie a un centro sociale propaggine del nulla custodito da ciascuno.

Il destino di esser nati a Gorino non somiglia a un destino di globalizzazione e modernizzazione; somiglia piuttosto a un confino che non si è scelto e che si finisce per difendere come sola e ultima identità.