The Square, l’inquadratura del cerchio

The Square, l’inquadratura del cerchio


Parliamo di “The Square”, film vincitore a Cannes e giunto fino alle sale FICE di provincia grazie all’indipendente Teodora. La piazza, il quadrato, la società in senso classico e l’ordine armonico delle umane cose, lanciato come sfida etica dall’ennesima performer. Il film parte da qui: una installazione fatta a quadrato, simulacro o arena d’incontri, da una storia circolare e continua quanto l’uomo: la vita.

E ovviamente non ci riesce di far quadrare il cerchio, la curva prevedibile (o impossibile?) di questo lungometraggio svedese dalla forma sospetta. L’ultimo lavoro del regista Ruben Östlund risulta “solamente” un buon film: ricco, freddamente estetico, a tratti anche divertente. Morbido. Più che un quadrato, un cerchio. Più che una denuncia decisa, una predicazione.

La parabola – se non proprio il cerchio – di questo film, è di nuovo quella della tentata denuncia sociale del nostro tempo attraverso un racconto estetico, retorico, simile in sé a un prodotto d’arte concettuale con caratteri pubblicitari che a loro volta occhieggiano al dorato mondo artistico. E qui sì, il cerchio si chiude; si ritorna al ruolo consolatorio dell’arte usando come bersaglio l’arte stessa, in questo caso i contenuti (anche pubblicitari) di un museo nazionale di contemporanea. Noi spettatori, paganti e plaudenti, in ultimo divertiti e rinfrancati da un po’ di amarezza espiatoria e da non poca referenzialità, officiamo questo antico rito dell’immedesimazione, senza infamia né gloria. Come non rivedersi – tra i pallidi fondali asettici del museo – negli avventori perplessi, pronti allo scatto fotografico (ultima difesa dalla complessità o dal nulla), davanti all’ennesima installazione che ci appare misteriosamente innanzi, come un’escatologica rivelazione dell’impossibile?

Questo film girato in buona parte dentro il palazzo reale di Stoccolma e ispirato dall’arte e le sue proiezioni (e deiezioni) sul quotidiano, rimprovera il nostro tempo celebrandolo: un tempo ancora e sempre borghese, generatore di indiffidenza (crasi di diffidenza e indifferenza), artifici di sopravvivenza, solitudini mitigate da cani o scimmie, moltitudini digitali, vettoriali, e contemporaneamente un tempo capace di scaricare le nostre stanche coscienze attraverso il massacro di un performer-piteco ad opera di commensali esasperati, un amplesso che termina in una comica nevrosi da fecondazione “di frodo”, e altri acutissimi espedienti che ci inducono al plauso per il regista.
Come prodotto creativo per l’intrattenimento, la pellicola ha colto appieno l’obiettivo. Lo dimostra in fondo anche l’assegnazione della storica Palma D’oro. Ma se tentiamo una lettura politica o ideologica, allora il cerchio non si chiude, la giostra gira senza variazioni. Il titolo evoca il quadrato di un’installazione in arrivo al grande museo di Stoccolma, uno spazio di amore e fiducia dove chiunque abbia uguali diritti e doveri; nello stesso quadrato luminoso, uno staff di web marketing farà invece saltare in aria una bimbetta bionda mendicante, che rievoca la piccola fiammiferaia di Andersen, scatenando sul web un virale seguito di insulti e quindi di ulteriori visitatori del video-clip. Tra queste due opposte “visioni” del quadrato, c’è tutto lo sviluppo del film, sia in chiave simbolica che realistica, nel suo utilizzo del paradosso e nella sua dogmatica predicatoria. Perché il curatore del museo, l’ottimo Claes Bang, protagonista eccellente della storia, eroe e poi antieroe della vicenda, parte dalla celebrazione sincera e quasi patetica dell’opera in sé rivolta al bene e all’umana convivenza (The Square), per poi vivere una serie di spiazzanti conferme della pochezza, della volgarità e della diffidenza nella quale tutti, lui compreso, vivono nella capitale. Questa sorta di parabola nemmeno troppo dissimulata, viene però narrata sul crinale algido della commedia nord europea, muovendo lo spettatore dal sorriso amaro, all’ammirazione delle belle luci e inquadrature, dalla sorpresa di un dettaglio scabroso divertente, alla probabile familiarità di alcune scene (dove difficilmente si riesce a non pensare a sé, al faticoso lavoro di adeguamento al quotidiano). Memorabile la scimmia che disegna e crea in un salotto, antifona visiva del performer-piteco massacrato di botte poco dopo nel racconto.

In breve, la narrazione del film si muove sulla vita del curatore del museo (non a caso di nome Christian), il quale incarna per noi l’eroe bello e famoso, l’anti-eroe bello stropicciato e un po’ cattivo e in ultimo il perdente capro-espiatorio schiacciato dal malcostume (poliedrico, multietnico, interclassista) sul quale ha forse (consapevolmente o meno) marciato a lungo anche a lui. E’ la sua mente forse a produrre personaggi e scene che diversamente risulterebbero surreali o inverosimili? Pensiamo al linciaggio del perfomer-piteco nella grande sala dei ricevimenti, alla spinta sulle scale data da Christian al petulante bambino immigrato che rivendica la propria dignità.

Nelle oltre due ore di racconto, il regista riesce a dare voce e volto anche ai media, ai giornalisti che intervistano il curatore sui motivi di un video tanto osceno e cruento per promuovere il museo. Qui avviene la sua immolazione, la conversione, il risveglio cristiano. Christian si dimette davanti agli anatemi della platea che inneggia alla libertà di espressione, che acclama rabbiosamente la difesa del video come esempio estremo di “liceità espressiva”. A far bene attenzione alle domande dei giornalisti, non sfugge l’opinione del regista: sono dei carnefici, degli entusiasti millenaristi, sobillatori del caos più violento, aizzatori di cani da combattimento, untori malefici. Dovevate usare una bambina bruna se volevate simboleggiare il declino dell’Europa! Crede che abbiate superato il limite della libertà di espressione? E’ questo che la spinge a dimettersi? Crede esista un limite a tale libertà? Ecco riportate in forma libera alcune delle frasi della conferenza stampa che precede l’epilogo.

Il povero Christian, crivellato di colpi, vacilla e si dichiara colpevole, dedicando il finale della sua parabola, a recuperare una coscienza che noiosamente lo perseguita da giorni, con allucinazioni sonore, nevrosi da senso di colpa, con tutti i rovelli di una cristianità richiamata all’azione redentrice.
La prima scena del film si apre con Christian che si sveglia su un divano dentro il proprio studio. Ha forse sognato l’intera storia? Non lo sapremo mai. In questa ultima domanda sorge però il dubbio di un lavoro che ci chiede di superarci, di continuo, di andare oltre le apparenze, incontro alle necessità intrinseche di una pellicola. Ecco di nuovo il cinema. Il cerchio non si chiude.


 


C(r)edere a Tommaso

C(r)edere a Tommaso


Simpatia, affetto addirittura, per il Tommaso di Kim Rossi Stuart, uscito poche settimane fa dai battenti di Venezia.
Una storia intima, un film d’autore; qualcuno scrivendone ha citato padri di memorabili capolavori intimisti come Moretti e Allen. Così è Tommaso, un film d’introspezione specchiato sul collo sottile e fuori asse, la schiena lievemente convessa, di un attore inerte tra nevrosi morettiane e pulsioni parossistiche.

Tommaso è un bello e possibile che vaga per una Roma indifferente con l’aria smarrita di chi mendica umanità; un disagiato schivo, in preda a una crisi generalizzata che ha il suo epicentro nell’affettività; è uno qualunque di noi una volta chiuso un rapporto di coppia al culmine della noia e dell’abulia. Qui stanno la generosità e il coraggio dell’autore: dare con sé stesso volto e corpo a una categoria maschile piuttosto ampia, quella dei “confusi (chiusi) dentro”. E’ ossessionato dal sesso, ne teorizza l’essenza dell’agire maschile; è rigido, goffo, grossolanamente amletico. Ecco alcuni tratti del Tommaso di Rossi Stuart ovvero il Tommasino di Anche libero va bene, prequel-esordio alla regia di questo autore. Il piccolo Tommaso brutalizzato dal padre e abbandonato dalla madre, diventa in questa storia l’uomo tormentato in cerca di sé, tra donne variabilmente assenti e sgradevoli incursioni materne.

Un disagio così ben recitato da renderne la visione dolorosa, a tratti isterica: il dolore di assistere alle miserie di un quarantenne che in analisi vomita lamenti e impotenza, tutte le sue fragilità trattenute nella pancia e nella testa del Tommaso bambino. Ma dov’è ‘sto bambino?!
Quando gli accessi d’ira lo rendono un mostro urlante con gli occhi fuori dalle orbite, allora Tommaso riesce a farci ridere E ogni volta che il dramma si esaspera in delirio, in acuta violenza verbale, il ridicolo ha il sopravvento e immancabilmente provoca il riso, liberatorio e grato.

La relazione amorosa è il fine psicologico, quella sessuale il mezzo concreto con cui raggiungerla, così, rimasto solo, Tommaso si mette in cerca di donne. Incappiamo in alcuni stereotipi femminili, giovani attillate con e senza cane al seguito, con e senza malizia, fino a quando il nostro inizia a concludere, prima con una ragazza dolce con la quale instaura una relazione (breve e straziante) poi con una giovane scaltra e smaliziata che pur dandogli gioie carnali lo (ab)batte ai punti sul tappeto di casa e se ne va sorridente. Lui poi, dandosi al giardinaggio acrobatico contro una colonia di vermi parassiti, cade malamente finendo in un letto d’ospedale. Da qui in avanti la conversione, come ogni vera caduta promette.

Questo slancio verso il film parte dal nostro interesse per i rari e talvolta patetici predicatori contemporanei. Tommaso incarna in tal senso il monito dei disastri causati a sé e agli altri dal misconoscimento dei propri mostri e delle proprie paure. Il collasso psichico del protagonista, le sue torture mentali, sono l’effetto di una lunga indulgenza verso i dubbi profondi che gli attanagliano i giorni.

Tra le interviste rilasciate dal regista, quella su Vanity Fair contiene le confidenze di Stuart sui motivi del film in relazione anche alla sua vita privata. Leggendola, capiamo che l’autore ha voluto esprimersi su due piani opposti con questo lavoro: quello della coppia e quello della sua impossibilità, dichiarata poi in altre interviste e implicitamente nel suo film. Questo dualismo ovviamente gli è concesso, come si concede a tutti sui grandi temi dell’umanità.

Così Stuart, sul patinato settimanale femminile, si rivela maschio sentimentale e paterno, uomo fedele che celebra la famiglia, intimista progressista antimachista, insomma qualcosa di molto diverso ma molto evocato dal Tommaso del film. Il mio protagonista è un puro, arriva a dire nell’intervista, ma si comprende che sta solo rilanciando la complessità e le contraddizioni del suo personaggio. Recitare (indagare) sé, resta la sfida più alta di ogni attore, la sua migliore perversione, e questo è quello che sospettiamo lui abbia voluto cercare. Ogni opera è una ricerca di verità personali che di volta in volta cambiano o si allontanano.

In definitiva ci appare un personaggio non puro ma purista dei sentimenti; illuso, maniaco dell’introspezione, egolalico dai tratti anafettivi e poi ultraffettivi; erotomane perseguitato dal comandamento dei sentimenti impartiti e negati, incerto fino alla paralisi che arriva, puntuale, dopo la caduta dall’alto di una scala. Una specie di “bell’Antonio” ribaltato, tiranneggiato dai sensi e da immagini erotiche che lo perseguitano senza dargli che nuove mancanze. Per questo in fondo ci siamo affezionati a Tommaso.

Finchè arriva un finale freudiano, felliniano nelle atmosfere, paradigmatico quindi moralistico. Dopo la caduta, la convalescenza-smarrimento in ospedale, il risveglio davanti alla madre terribile riconciliata, ecco la possibile salvezza lungo il tunnel dell’inconscio.

Negli ultimi fotogrammi Tommaso siede su una spiaggia dove ritrova il piccolo sè tra altri bambini festanti la madre giovane che evapora nel nulla, la visione, al tramonto, di una donna che si affatica tra i flutti marini. Lui la avvicina a nuoto, lei bella e impedita nei movimenti da una bizzarra caduta, si rivela a noi di spalle dando inizio al corteggiamento. Qui di nuovo sorridiamo; torna a scaricare il dramma la commedia di ogni primo approccio. La scena si chiude al tramonto, non priva di ombre.

Nell’ambiguità a tratti incerta della trattazione, nella mancanza di rigore psichico e difese da parte del protagonista, risiede la forza rivelatrice di questo lavoro che si arrischia sul ridicolo dei sentimenti, umanizza il mito del maschio e ne espone impietosamente i difetti contemporanei.