La riffa di Andrea Cosentino. Kotechino riff, ostinato Bolero.

La riffa di Andrea Cosentino.
Kotechino riff, ostinato Bolero.



Andrea Cosentino accomoda nel centro del palcoscenico un po’ di oggetti, manufatti che fanno mucchio, un mucchio selvaggio. Nella congerie, nell’ammasso performativo ci sono, tra i molti che non ricordo, un cappello da pompiere, una spugna, degli asciugamani-copricapo, una bambola, Big Gim, un telo nero…

Andrea Cosentino si china, prende un oggetto e gli dà voce, la voce di Cosentino, non la voce dell’oggetto, il teatro incomincia e, dopo alcune battute, si interrompe. Andrea Cosentino raccoglie un altro oggetto dal mucchio selvaggio, il teatro incomincia e dopo brevi battute si arresta. Ogni nuovo oggetto raccolto è un nuovo atto dello stesso spettacolo. Gli atti saranno trentacinque, quaranta… un certo numero. Spettacolo? Sto parlando di Kotechino riff visto al Festival Kilowatt di Sansepolcro. Uno spettacolo certo, Andrea Cosentino è un attore, cosa ci starebbe a fare sul palco Andrea Cosentino se non facesse uno spettacolo? Farebbe Kotechino riff, che è uno spettacolo sullo spettacolo, metateatro, qualcosa che parla di sé stesso, su sé stesso, che parla di noi. Una mise an abyme, un espediente narrativo, un messa in abisso, una sequenza modello che riproduce su scala ridotta l’intera vicenda. La vicenda teatro.

Andrea Cosentino raccoglie due oggetti, li fa dialogare come farebbe un burattinaio, ma Andrea non è un burattinaio, è un beffardo burattino e chi anima Andrea Cosentino è lo stesso Andrea Cosentino. Non vorrei creare confusione quindi non starò a dire che Andrea Cosentino è una marionetta. Andrea Cosentino, come ha scritto un aguzzo critico, “demistifica l’apparato ideologico della performance”. Andrea riconduce un’idea, o qualcuno o qualcosa a una dimensione reale criticandone l’immagine apparente. Quindi Big Gim, una spugna, una bambola, un pompiere diventano Andrea Cosentino e così mutando Andrea rende palese ciò che è ingannevole.

Andrea ci dissacra, si dissacra, riduce al giusto e reale valore, con una critica irriverente, caustica, ciò che per tradizione o conformismo è ritenuto sacro e intangibile. Ma allo stesso tempo Andrea Cosentino mistifica, ci prende in giro, si fa beffe della nostra credulità, della nostra assenza di scopo. Mentre altera deliberatamente la realtà dei fatti, così da suscitare un’interpretazione distorta, nello stesso tempo, con un’acrobazia da virtuoso burattinaio, demistifica. In un unico tempo la critica al reale e la distorsione del reale convergono in un unico oggetto, che è lo stesso Andrea Cosentino, cioè te, me. Cosentino toglie l’aura alle cose venerabili, espelle l’ossequio e la devozione, annulla la paura. Il balletto ossessivo in ¾ di Cosentino, per non volerne sapere più di mostri sacri.

Nel susseguirsi degli episodi gli oggetti che Cosentino resuscita dal mucchio fanno balenare la tragedia incompiuta della commedia, fanno fiammegiare il teatrino, il canto del festino che manifestandosi  scompare. Il burattinaio è un illusionista quindi Cosentino è un mago, nelle sue mani gli imbroglioni compaiono e, per la nostra gioia, scompaiono. Gli oggetti utilizzati da questo stregone con trombetta non sono altro che ossa di plastica dell’ossario del nostro quotidiano. Ogni nuovo oggetto del mucchio selvaggio agito dal burattinaio Cosentino è un frammento miracolosamente rinvenuto, un barlume di tragedia.

Ho desiderato che Kotechino riff non avesse fine, perché questo spettacolo è migliore della mia vita, è migliore del mucchio selvaggio che incontro nella vita, è più onesto di me e degli oggetti che mi vengono addosso già dal primo mattino.

Nulla, nello spettacolo di Cosentino, ha apparenza di ben fatto, nulla è concitato o convenzionale, standardizzato, impersonale o affettato e nella silloge di queste assenze sta il nostro stupore. Kotechino riff si prende gioco di noi, ci delude, e in questo disinganno sta la nostra rinnovata felicità, nello scontentarci ci appaga, nel frustarci ci soddisfa.

Quando Andrea, durante l’esodo di questa burla-spettacolo, di questa tragedia dello scontentare contentando, avanza verso di noi deambulando in compagnia di un oggetto ipertrofico con impermeabile, maschera neutra e stampella, lo spettacolo cambia registro e il nostro elemosinare di spettatori si fa tangibile. In questo istante noi postulanti, noi Andrea, noi oggetto ipertrofico ci interroghiamo fugacemente su ciò che è vero e su ciò che è falso, su ciò che è inganno e su ciò che è verità. Ci interpelliamo sulla nostra ambigua natura, sul doppio del nostro stare al mondo, sulla nostra crudeltà che si fa carne, si fa tessuto sanguigno, si fa anima e core. La coscienza, la voce del gregge che è in noi

Nell’atto conclusivo di Kotechino riff la nostra stupita e mostruosa disumanità appare come una visione inaspettata, come una Madonna con trombetta nelle vesti del burattinaio Cosentino, con il suo mucchio selvaggio, con le sue comicità spezzate che ci infliggono uno specchio distorto e reale. La sensazione è piacevole, è quella di aver assistito all’incongruo spettacolo del peggio, alla rappresentazione delle nostre patetiche ambizioni, al rigurgito ossessivo di una volontà che si prostituisce nei confronti di ogni estetica corruzione.

La trombetta e il mucchio selvaggio del mago Cosentino ostinatamente ci accompagnano nell’ossario verticale delle nostre solistiche esistenze. Nella tensione ritmica, nelle cellule ripetitive più prolungate, nel groove, – dove si cela la musicalità disorientata della nostra esistenza, dove il nostro sorriso deforme, la nostra stonata e sfrontata vita si rassegna ogni giorno al balletto vivido degli esseri sociali e si abbandona alla comunità – nella calca beffarda, inevitabile del mucchio selvaggio appare Kotechino a lessare ogni nostra velleitaria hybris.

Prendiamo una chitarra e “fumiamo nell’acqua” e, a seguire, di riffa o di raffa, per amore o per forza, cancelliamo il pallino.

Piero della Francesca sornione, sulla torre di Berta sorseggia una Leffe, sorride addentando un impasto di carni e cotenne suine, un insaccato di budello di maiale lessato, un Kotechino.

Salvo Imprevisti

Kotechino riff di Andrea Cosentino

Visto al Kilowatt Festival – Luglio 2017


VOCI NEL MOVIMENTO

VOCI NEL MOVIMENTO



Campidoglio. La città di Roma è di nuovo teatro di un acceso dibattito politico. Abbiamo voluto
infiltrarci tra gli esponenti del Movimento oggi al governo della Capitale e porre alcune domande.
Roma città eternamente contesa, Roma dalle piazze teatro di storia e di scontri, oggi è guidata da
una rappresentante del Movimento che ormai tutti conosciamo. E’ una donna puntuale e sobria, che attraversa ora la piazza municipale in tailleur blu solcato dal tricolore. E’ scura in volto ma il passo
è determinato e fermo, è il passo di chi non si ferma. Porta i segni della tensione scatenata negli
ultimi giorni sul Movimento cui lei appartiene. Autori di questo attacco ancora una volta i media,
nemici di qualunque forma di ordine e di stabilità; negli anni, hanno creato un tale clima di
delegittimazione e sfiducia attorno alla politica, da spingere un buon numero di parlamentari e
amministratori capitolini verso il centro d’ascolto psicologico istituito presso il Ministero della
Sanità. Oggi la vita di chi fa politica è profondamente minata nella salute che nella psiche, è giusto
dirlo. Nel nostro tempo, cinico e sperduto, chi fa politica è da considerarsi un martire pronto a
qualunque sacrificio per la salvaguardia del potere finalmente acquisito e legittimato dal voto.

Una donna del Movimento è pronta a rispondere ad una prima domanda:
“Lei non crede che sia da valutare positivamente questo attacco alla giunta romana? Ci risponda
dicendo nome e professione, grazie.”
“Sono Francesca, avvocato civilista. Assolutamente sì, senza dubbio questa ennesima campagna
infangatrice… o infangante, beh ci siamo capiti… Insomma questo accanimento verso il nostro
sindaco e le sue scelte di governo ci fa stare finalmente tranquilli. Ora siamo in linea con le
normali dinamiche della politica. Non saremo più tacciati di diversità, di moralismo ossessivo, di
settarismo addirittua. Ora siamo come le altre forze politiche e questo davvero ci solleva. Però
adesso, dovete lasciarci lavorare, darci tempo.”
“Scusi, la questione della consorteria femminile nella politica contemporanea, cosa ne pensa?”
“Penso che se le donne governassero ancora di più, avremmo un paese meno ridicolo.”

Ci rivolgiamo adesso a un signore in maglietta bianca che ci viene incontro a braccia levate.
“Questo è un sogno che si infrange sugli scogli degli interessi forti della capitale” grida
emozionato, ha un lieve tremore sulle labbra. Lo lasciamo proseguire: “Nun ce lassano lavorà, no’
‘o vedi? So’ manco tre mesi che stiamo su e già c’avemo contro pure i sorci che prima ce grattavano
le sòle… No, nun è più il tempo. E’ finita. Lassamo i commenti ai politici de professione, loro sì
che sanno, che sanno analizzà, chiedi a loro che cosa ci hanno fatto!… Han ridotto un movimento
ad un partito! Un altro partito, capisci?” L’uomo visibilmente provato ha un malore e viene
allontanato da giovani neofascisti fieri di essere ripresi in questo gesto politicamente corretto.

Volgiamo il microfono a un giovane che si dichiara realista moderato.
“Mi chiamo Alessandro, hacker per conto dell’agenzia delle Entrate.”
“Senta – gli domandiamo ­ è forse questa dura reazione delle opposizioni attraverso la stampa, una
forma di rivendicazione dopo le vittorie morali e materiali del Movimento fino alla conquista della
capitale? Pensiamo alla grande marcia su Roma che radunò in piazza San Giovanni quasi un
milione di cittadini per le politche del 2013 rubando la scena all’allora forza di governo, ma
soprattutto alla strabiliante crescita del movimento nel giro di pochi anni: dovete pagarla in
qualche modo, non crede sia questo? Il mondo politico vi detesta perchè nascete diversi?”
Il giovane ci strappa il microfono per assicurarsi tutto il tempo che gli occorre:
“Siamo stati un movimento espressione dei singoli cittadini, questo nessuno può negarlo. Ora
siamo diventati un partito, un’associazione di cittadini che vuole governare, perchè può e deve
farlo. Tra noi uno vale sempre uno, e quindi anche il sindaco è un singolo, per quanto espressione
qui a Roma di milioni di cittadini; un singolo che segue i propri istinti politici, la propria ragione di
stato, le proprie idee, che poi son quelle di tutti noi. Certo, realisticamente, ci auguravamo, in un
certo senso, di poterci sporcare le mani anche noi qui a Roma, ancora pirma di cominciare a
governare; speravamo di poter essere screditati su tutti i network, come deve accadere ad ogni
partito politico per legittimarsi in quanto tale.”
“Mi scusi, ma lei elude la domanda di partenza sulla vostra peculiarità che oggi sembra…” L’uomo
alza improvvisamente il tono della voce: “Basta! Non se ne può più di questa storia! Tutti convinti
che noi siamo diversi, che siamo incapaci di fare una politica concreta di governo, che siamo
infantili, inesperti, finiamola! Noi non siamo diversi, pure noi abbiamo le nostre grane con le
organizzazioni malavitose, la corruzione della classe dirigente… Pure noi abbiamo diritto ai nostri
avvisi di garanzia, alle nostre indagini dell’Ecomafia, ma approfondite veramente, non solo
strumentali. E siamo pronti ti dico, eravamo già pronti, coi nostri capri espiatori scelti dalla base,
se proprio non si è ancora capito. Il movimento non è ingenuo, non è populista, non è ghibellino. E’
italiano. E’ realista! E’ pronto soprattutto.”
“Fateci lavorà e basta!” interviene una signora in bandana gialla tra la folla che va infittendosi
sulla piazza.

Attira la nostra attenzione un banchetto che distribuisce copie della rivista anarchica italiana,
presidiato da agenti della polizia. Tafferugli tra gli attivisti e gli anarchici vengono ripresi dai
telefoni dei primi al grido di “Paraculi” fino all’intervento delle forze dell’ordine.

Stanno radunandosi nella piazza decine di artisti pronti a dare il loro appoggio al Movimento. A
capo del gruppo, Dario Fo, su una sedia a rotelle, sorride e parla dentro un megafono protetto da
una cerchia di volti noti della scena romana.

C’è ancora tempo per un ultimo intervento prima che la folla ci travolga. Lo indirizziamo a una
giovane con in braccio il suo cucciolo:
“Lei cosa prova davanti a questa donna sindaco, che sensazioni ha?”
“Mi presento innanzitutto. Eva, 25 anni, laureanda in antropologia mediatica qui a Roma. Sono
molto contenta di quanto sta succedendo al Movimento. Noi siamo una forza sempre nuova e
sempre giovane, anche quando saremo al governo vedrà che sarà così. Dobbiamo farci le ossa
anche attraverso il confronto con la magistratura che ormai sappiamo essere un vero e proprio
strumento politico, uno strumento utile per tutti s’intende… Perchè sì, ormai la politica si svolge in
questa dialettica tra magistrati, amministratori e malavitosi o corrotti, non vedo come altrimenti.
La gente segue solo la cronaca politica non la vera azione, che è fatta di continui aggiustamenti, di
sottili tessiture, di indagini e di condanne. E’ un’arte per tanti versi oscura la politica. In ogni caso
la nostra sindaca è giusta, consapevole, forte; è bella e gentile. A noi donne piace molto, specie per
la sua sobrietà e la disubbidienza ai modelli maschili che non accettano la virilità in politica da
parte delle loro colleghe. Abbiamo finalmente una donna sindaco a Roma, una donna che è anche
un uomo, è un politico ma è innanzitutto un giurista, è romana ma non certo una volgare borghese
come tante. Ha stile, ha dolcezza, e soprattutto è bella, bella senza vanità, guardi che stile”
conclude indicando la sindaca che si affaccia da una finestra del palazzo.
Il piccolo cane, stanco di essere trattenuto, comincia ad agitarsi e ad abbaiare, congediamo la
giovane. La folla è crescente. Riusciamo a malapena a divincolarci tra la gente che si accalca per
l’arrivo dei vertici del Movimento.

Ai margini della ressa, un gruppo di pittori protesta contro la tirannia delle immagini fotografiche.
Riusciamo a porgere il microfono a uno di loro, particolarmente abbattuto: “Per noi ritrattisti è
finita. Ormai le App trasformano un selfie in un ritratto che puoi stampare. Ci siamo ridotti a
mendicare e a posare per le foto coi turisti.”

Ecco che divarica la folla l’arrivo del presidente con gli alti esponenti del Movimento. Un cordone
di gladiatori romani li circonda. Gli attivisti esaultano.


GORINO, LA LIBERTÀ DEGLI ULTIMI

GORINO, LA LIBERTÀ DEGLI ULTIMI



Ultimi in fondo alla valle, in fondo alla provincia.

Frequentatori e osservatori attenti del luogo, siamo cani di valle, pedalatori di fiume.

Lo stesso cane che rappresenta Undog ci è apparso poco tempo fa sul Po di Gorino, a bordo di uno scafo che fendeva il fiume verso il mare.

A Gorino il mare è tragico, è il mare della pesca e del lavoro. Si insinua fin dentro il paese e non regala niente.

Tanta della bellezza del basso delta risiede nell’isolamento di questo lembo di terra poco abitato. Aspra, sempre sbigottita davanti ai visitatori, piegata ai propri ritmi e rituali, Gorino è una frazione dove arrivi e ne comprendi i motivi solo dopo, nell’indistinto miscuglio di umanità e natura che in silenzio ti avvince.

Siamo tornati a Gorino lungo la strada omonima che da Goro termina nel porto di pescatori. La strada è quella sbarrata ai Carabinieri che scortavano l’ormai famoso pullman delle otto donne migranti. Così Gorino, sperduta nel basso nord-est, sbarca in cronaca, si fa caso popolare e politico, resuscita alla memoria di alcuni, tocca la curiosità di tanti.

Mentre la politica confeziona le sue spicciole battaglie, le istituzioni rabberciano analisi e mea culpa d’occasione, i pochi abitanti della frazione istintivamente continuano a difendere la loro storia, le poche certezze lasciate fortificarsi sole, distanti una decina di chilometri dal welfare dei servizi sociali, della banda larga, dei trasporti comunali, molti di più dalla fiducia nei prefetti e nello stato.

Qui la definizione di società liquida di Bauman non trova corrispondenza, perché la gente a Gorino vive in un proprio schema rigido, semi-autarchico; la frazione, isolata e compatta in sé stessa, è pronta a stringersi attorno a qualche pedana di legno e un falò sentendosi comunità che difende quel che le resta, il territorio, i suoi simboli. Che vive di quanto ha e di quanto ha strappato al mare, alle faide tra allevatori di vongole e alle elargizioni delle politiche pubbliche.

Undog torna ad affacciarsi sul delta del Po, contro le conclusioni solamente politiche riguardo le “barricate” di Gorino che politiche non sono. Sono piuttosto reazione pre-politica, civica, legata all’equilibrio di una comunità minima, della vita dei cittadini che riempiono le quattro strade, i due alimentari e la tabaccheria del paese, e che hanno come luogo di ritrovo l’Ostello-bar Gorino divenuto in poche ore rifugio imposto per migranti.

L’Ostello, gestito da una giovane serba e il suo compagno, è diventato in pochi anni il centro sociale del paese, l’unico luogo che interrompa la metafisica della piazza con la sua chiesa anni ’50 e il monumento ai caduti in mare. Il bar è poco più di una stanza con pochi tavoli e due slot dietro una tenda, ma nei giorni più bui diventa un salotto dai colori vivaci, dove giovani e vecchi si ritrovano tra le carte da gioco e una tv appesa al muro.

Davanti a un ordine di accoglienza forzata e ai timori più bassi sull’entità dei nuovi arrivi, la comunità ha difeso la propria libertà di rifiutarsi e con questa le paure ancestrali di persone soggette ai pericoli; egoisticamente hanno detto no secondo natura, per una logica intima fatta di privazioni lasciate indurirsi in sé stesse. Chi è prossimo all’emarginazione reagisce spingendosi ai propri stessi margini; la cultura dell’accoglienza (la sua retorica istituzionale) rappresenta un lusso a cui non aspira.

A uno dei luoghi più sofferenti e sperduti della provincia, l’istituzione ordina di accogliere profughi rimbalzati per settimane da un rifiuto all’altro fino a lì, a Gorino. Ai confinati indigeni si impongono i confinati istituzionali, ai quasi poveri i davvero poveri, ai dimenticati gli invisibili. Non c’è misura in questa pretesa.

Crediamo che le barricate del 24 ottobre non siano state alzate contro ma davanti: davanti ai cittadini di Gorino, a difesa di un orgoglio locale ridestato da una richiesta diventata pretesa, formalmente aggressiva; barricate alzate per difendere un’isola che vuole restare tale, con la dignità dei reietti che dimenticati dal mondo hanno imparato a respingerlo.

Ci vuole il senso del grottesco cui siamo tanto affezionati, per sorridere davanti a questa vicenda che la politica trasformerà in arena e i gorinanti nell’avventura che sarà servita a farsi valere, a esprimere un principio di volontà contrario all’obbedienza.

Chi ha levatura umana e intellettuale per comprendere le debolezze e i bisogni di chi cerca asilo, trovi qualche ora per visitare Gorino in un tardo pomeriggio di novembre; passi davanti alla piazza dei caduti, al porto ammassato di piccole imbarcazioni tenute assieme dalle reti da pesca; non troverà nessuno per le strade, nemmeno l’ombra di un giovane che rientri da una qualche occupazione. Chi lavora resta in mare fino a sera, il paese sembra sfollato, stretto al fiume, ripiegato sul mare. Una qualche voce si leverà dalle luci dell’ostello-bar. Sarà la gente che qui resiste anche grazie a un centro sociale propaggine del nulla custodito da ciascuno.

Il destino di esser nati a Gorino non somiglia a un destino di globalizzazione e modernizzazione; somiglia piuttosto a un confino che non si è scelto e che si finisce per difendere come sola e ultima identità.


HERZOG Vs HERZOG: LA NATURA IMPROPRIA DEL WEB

HERZOG Vs HERZOG:
LA NATURA IMPROPRIA DEL WEB



 

Pare sempre più vero che la vecchiaia conferisca ai grandi spiriti un impeto di libertà creativa.
Si fanno spericolati, spietati nella loro ricerca di effetti. Così fa anche Herzog, veterano della Neue Welle, col suo lavoro sulle “fantasticherie” del mondo connesso, reveries of the connected world, che diventa curiosamente “Il futuro è oggi” nel volgere della traduzione italiana.

In una sera infausta dentro un cinema city multisala, ho cercato, tra un carosello pubblicitario e una serie infinita di trailer, di seguire il documentario in questione.
Cercavo una conferma della teoria sulle “libertà senili” proprio dal grande regista classe 1942. Visionario eccentrico, uomo avverso alla storia, si sarebbe cimentato in un racconto su genesi, presente e futuro remoto di internet, dopo aver dichiarato di usare a malapena un vecchio cellulare.

Una pellicola d’autore, epica e grottesca, incapace di mettere ordine in sé stessa, di formulare un pensiero forte. Non un documentario ma un racconto in dieci capitoli di altrettante favole impressionanti intorno al mondo del web. Un lavoro che documenta in primis la libertà dello sguardo divertito e difforme del regista su una delle questioni di massimo interesse (e allarme) da parte di filosofi, sociologi e altre categorie interessate alle umane sorti.

Il grande Herzog ci ride sopra, divertito e feroce nelle sue domande ai protagonisti del film. Si piazza dietro la telecamera e fuori campo fa incetta di confessioni, aneddoti, primissimi piani e piani-dettaglio di alcuni tra i protagonisti dell’epopea digitale e non solo, dal fisico Lawrence Krauss, all’astronoma Lucianne Walkovicz, dal primo internauta della storia Leonard Kleinrock, a due giovani alienati da internet, fino a interviste sconcertanti come quella all’imprenditore stellare inventore di PayPal Ilon Minsk o il gioviale ingegnere delle auto senza guidatore Sebastian Thrun.

Il tono delle interviste è informale, ad Herzog interessano più le persone immerse nella questione che la questione stessa, il fenomeno storico riflesso sui volti degli intervistati. Loro sono il vero set del documentario, i volti, così profondamente indagati da trasudare quella verità estatica che muove la ricerca del regista.

Anche quando la telecamera entra nella casa della famiglia di Nikki Catsouras (la giovane brutalizzata in rete dopo la morte in un incidente d’auto che l’ha decapitata), Herzog non cerca il dramma, trasmette piuttosto un’installazione del dolore creata dal suo congegno registico dentro un salotto ordinato. Qui la famiglia è in posa attorno al tavolo in un quadretto borghese intatto; le due figlie mostrano un volto cereo dallo sguardo fisso, la madre, dopo il racconto del marito, evoca l’anticristo del web con la compostezza dell’ospite che dispone i centrini per il tè; il padre freme di dolore senza scomporsi troppo, arrossendo durante le fasi più acute del racconto. La scena risulta artificiale, fredda, statica. Le immagini si fanno icastiche, è il momento in cui il racconto di Herzog si rivela primariamente fiction.

Lo and behold trasmette con le sue meraviglie e i suoi strepiti scientifici un altro capitolo dell’epica americana: internet.
E di nuovo è l’America dove ogni effetto si fa abnorme, mito contemporaneo paternalistico e fatale. Lo spettatore si trova ancora una volta davanti all’incubo-sogno a stelle e strisce, alle deformazioni psicotrope prodotte dal metabolismo tecnologico made in Usa.

Herzog, umanista appassionato, punta tutto sui dialoghi intimi, sui dettagli dei volti e le espressioni più evocative; indugia sulle asimmetrie facciali, sui difetti dell’epidermide, le curvature delle sopracciglia, i sorrisi mefistofelici; guida con voce profonda la narrazione verso l’effetto cercato.
La residua purezza del regista va incontro a una realtà (il web) che non ha niente di naturale e già troppo di umano. Herzog Vs Herzog, ma il primo – quello naturista e libero – ne esce bene, sorridendo, restando sempre al di là e al di qua dell’analisi storica.

Klenirock, il professore che lanciò il primo messaggio internet nel 1969, i due veterani neuroscienziati di Pittsburg che ipotizzano un pensiero twittabile, l’inventore dell’ipertesto e altri sacerdoti del web presenti nel film, rappresentano i padri di internet, i vecchi entusiasti che elaborano ipotesi apocalittiche; questi personaggi (ridotti a caricature di sé stessi) paiono borderline di una vita oscuramente devota allo sviluppo della robotica, della vita interplanetaria, dell’interconnessione globale e poi universale; sembrano in preda a deliri allucinatori, strabuzzano gli occhi, spalancano bocche, gesticolano affannosamente in uno stato di eccitamento euforico che contrasta con l’impietosità delle analisi che fanno. Da qui un frequente effetto comico fin dalle prime battute del film, quando Herzog ci mostra un arzillo Kleinrock che assesta pacche sonore sul grosso calcolatore messo in rete mezzo secolo fa: un umorismo lieve, che serpeggia agevolmente tra epos americano ed entusiasmo nerd ante litteram.

L’autodeterminazione della rete, l’interconnessione tra sistemi operativi autosufficienti, il superamento dell’uomo da parte dei robot capaci di pilotare auto e giocare a calcio, sono scenari che tanti hanno già introiettatato, più o meno consapevolmente, nel corso dell’ultimo decennio; Herzog in questo film ce li racconta a modo suo e a modo suo li introietta.

Il sospetto è che il regista di Aguirre e Fitzcarraldo, abbia cercato con questo lavoro di esorcizzare la paura che in tanti di noi (refrattari alla rete) deriva dall’arroganza della tecnologia e di chi ne detiene il controllo. Deridendolo e frugandolo dall’interno, Herzog ha forse scongiurato il peggiore dei mondi impossibili.

Una domanda finale, da cani segugi. Come è accaduto che Reveries of the connected world sia diventato nel titolo italiano Il futuro è oggi? Le fantasticherie americane di Herzog sono il nostro futuro presente (?).
Giunto a noi attraverso il distributore italiano I Wonder Pictures, il titolo del film ha perso ogni traccia dell’originaria ironia, virando al celebrativo, al pedagogico, forse rivolto ai giovani nativi digitali che invece lo troveranno obsoleto e patetico.


DELIRIUM TREMENS

DELIRIUM TREMENS


Foto LaPresse/Marco Cantile

Quello dei telegiornali e dei programmi di approfondimento e talk show nei giorni scorsi. Parliamo del terremoto mediatico, quello sismico rimane una complicazione per la scienza e l’ingegneria.

Pensieri che covano da giorni, da quando ci siamo svegliati dentro una roulotte dondolante in un campeggio delle Marche, la notte del 24 agosto. Abbaiavano i cani, lungamente, in sincrono con gli allarmi delle auto.

Qualche secondo dopo la prima scossa, è partita una cronaca inarrestabile sui social poi in diretta tv: la diretta dalle macerie ancora fumanti, della conta dei cadaveri e dei salvati.

E’ il circo televisivo che addomestica il dolore, la la morte, il disastro. Nulla di nuovo.

Lo spettacolo del dolore e dell’orrore come vincolo sociale, come strumento regolante certi rapporti di produzione: discorsi che paiono oggi stanchi, esausti. Ma i recenti episodi di accanimento mediatico hanno ridestato il fantasma del filosofo Guy Debord, morto suicida nel 1994. Torniamo al suo saggio, La società dello spettacolo (1967); per quanto compiaciuta e smaccatamente marxista, l’analisi di Debord tesseva una previsione allarmante che oggi è la normalità, l’assuefazione all’orrore quotidiano: la mercificazione delle immagini, la religiosa pervasività del macabro nelle nostre pause dall’affanno.

Le immagini sul terremoto che ininterrottamente abbiamo colto dai vari network, sono state utili alla valorizzazione dei prodotti in onda, i quali ci sono stati venduti in cambio di un più ampio assorbimento (assortimento) di spot pubblicitari.

L’informazione può omettere le immagini, lo spettacolo no. E le immagini che abbiamo visto in buona misura hanno intrattenuto, guadagnato su diversi parametri, poi anche informato.

“Uomini oculari”, abbiamo bisogno di vedere, di verificare, con l’occhio implacabile delle telecamere fin dentro gli armadi divelti, con set assemblati per l’occasione da trasmissioni (come quella de La7 In onda) condotte direttamente tra le macerie, arrangiate in fretta, per conquistare il primato dell’audience. Così abbiamo seguito Labbate e Parenzo, esponenti di un giornalismo che vorrebbe rinnovarsi, emanciparsi, ma non riesce che a slacciarsi le cravatte dopo averle assotigliate.
Abbiamo avuto il nostro spettacolo, espiando in parte nuove colpe col vangelo delle immagini.

Coprotagonisti dei servizi televisivi, i cani sono parsi i più eleganti. Eroici salvatori di decine di uomini, cani da soccorso e cani salvati, cani poliziotto e cani pompiere.

Profluivio di mmagini, dirette infaticabili, interviste imbarazzanti a vecchie piangenti in camicia da notte; cadaveri coperti da teli bianchi, bambini rattrappiti su barelle precarie, qualche reduce narratore allucinato (come quello chiamato a testimone tra Labbate e Parenzo durante In onda, con i due a guardia della sua escandescenza oratoria), e ancora famiglie lacerate, disanima degli oggetti del quotidiano confusi tra le macerie, riviste, indumenti, la vita degli altri, la sua distruzione, col vessillo della libera informazione, della comunicazione tra i singoli, non sempre concordi (qualcuno ha attaccato certi osceni giornalisti gridando Basta, andatevene!).
Una reality istituzionale dapprima improvvisato poi strutturato e diviso in palinsesti.

Dopo tanta visione, sono giunte le analisi sul prima e sul dopo. Noiose, ripetitive, discordanti, in ultimo avvilenti, saranno approfondite sui giornali e ripescate durante le future campagne elettorali.

Viene voglia di abbaiare qualcosa di più: la volontà e la responsabilità di ogni singolo spettatore in tutto questo. C’è il nostro voyeurismo nei video ininterrotti giunti a casa nostra dall’epicentro sismico; c’è il nostro masochismo davanti a veterani del circo mediatico come Bruno Vespa.
La complicità del pubblico nella diffusione di questo tipo di “informazione” è (stata) alta. Senza il pubblico, senza gli spettatori, questo giornalismo (televisivo) sarebbe onanismo di categoria.

Blob (efficace vaccino televisivo) nelle sere di estenuanti cronache dal terremoto, ha riassunto la questione. Con precisione alchemica e sapiente mescolanza di elementi audio e video, ha sintetizzato l’eccitamento espressivo di tanti giornalisti, la tensione quasi-erotica di alcuni servizi, l’imbarazzo di tante parole e gesti sfuggiti al controllo, la criminalità di intrusioni e domande al culmine dell’ipocrisia. Lo squallore in diretta, incapace di correggersi, di arrestarsi, nella furia emotiva di collegamenti precari, e ad attenderlo milioni di telespettatori. Poi, scosse di terremoto davanti alle telecamere indomite, crollo di una mezza casa durante la diretta, la caduta nella caduta, la causa che supera gli effetti, il visto che diventa vero.


URGE, NEI CINEMA D'ASSAI

URGE, NEI CINEMA D’ASSAI



L’uomo in abito blu era seduto lungo la mia fila; il gabardine sulle ginocchia esili sulle quali, per ultimo, a sala già in ombra, era entrato con passi incerti e affaticati, tutt’altro che spigliato nel chiedere permesso. Un uomo sottile, di almeno sessant’anni, che pochi minuti prima avevo urtato per la fretta inutile di raggiungere il mio posto a sedere. Camminava con estrema lentezza, aspettando che l’atrio sfollasse, appoggiandosi sugli stipiti che trovava davanti. Non avevo inteso le sue lesioni.

Nella sala Mastroianni del Lumière di Bologna ha inizio Urge, pellicola ormai nota ai seguaci di Alessandro Bergonzoni. Sul grande schermo ad alta definizione con un audio impeccabile, passano le sequenze dell’omonimo spettacolo teatrale ripreso da più telecamere, enfatizzato ed empatizzato dai primissimi piani (sempre difficili da trattare per la loro megalomania e la voglia di apparire) dell’attore e grazie all’opera di selezione e montaggio di alcuni retroscena.

Attraverso questo espediente digitale, Bergonzoni crea la propria ubiquità, il proprio frattempo, entrando in una consapevole visione unificata e parallela del suo lavoro. Mentre è con noi al Lumière, è contemporaneamente in sala a Venezia e Cagliari, qualche sera dopo a schermi unificati a Bergamo Perugia e Cremona e così via, sala dopo sala, per tutta l’Italia dei cinema d’essai (d’assai). Migliaia di spettatori simultaneamente davanti alla sua predicazione di vastità. Non cinema e non teatro, vediamo l’uno mezzo dell’altro, l’altro meta del primo, una sorta di metacinema con doppi sensi: un discreto traffico di parole.

Urge è retrovisione e macrovisione cinetiche, dal momento che si avverte un aumento fisico del corpo e della voce del grande (grandioso) Bergonzoni, godendo di riprese laterali e posteriori dell’oratore in movimento continuo.

Angolazioni altrimenti inaudite.

Parlare di Urge non è più urgente del suo ricordo muto, ma la predicazione sociale che anche questo lavoro contiene ci interessa sulla via dei predicattori contemporanei che qui si vuole solcare. Uno dei più emeriti è lui, Bergonzoni, il quale non avendo bisogno certo di incoraggiamenti, resta pur sempre un freak di spessore, un outsider della comicità italiana, un famoso frainteso, un filosofolle; uno che riesce con ogni mezzo e ogni media a non essere mai mediocre anche quando (raramente) media un suo estremismo; legione di parole e onomatopee, miriade di allitterazioni e travestimenti lessicali, caterva di travasi comunicanti e fornicazioni linguistiche, ma soprattutto intenso cristologico predicattore, lui resta, sullo schermo come senza schermo, la stessa macchina da lemma moltiplicatrice di sé stessa in sé stessa per il quale meccanismo si fa difficile anche trovare lo spazio di un applauso.

Bergonzoni in Urge ci urtica, perorando per quasi due ore il suo voto di evacuità come la sua fisiologia linguistica vuole suggerire. Evacua vastamente, elegantemente per lo più, senza vacillare per un tempo che in un essere normale produrrebbe un collasso polmonare o essicazione delle fauci, o disidratazione dell’epitelio linguistico. Quando pare sfiatato e si accascia sul piano di un tavolo-lavagna, da fiato alle trombe dell’apocalisse e dalla sua ugola fuoriescono animali, anfibi, insetti, muezzin e altre creature della su(a)rrealtà.

Precede Nessi questo suo Urge, connesso e annesso ad ogni lavoro precedente e successivo, perché tutto il lavoro (lavorIo) di Bergonzoni è una sola inesauribile corsa verso la vita come vitalismo mentale e fantastico, attraverso il consumo incommensurabile delle risorse della parola e del discorso.

Sherazad bolognese afflitto da ipertrofia dialettica, lui di certo si salverà dal ‘névasto e potrebbe salvare molti dalla morte inferiore appunto inferta dai pusher dell’intrattenimento. Chi soffre di logorrea o di bulimia dialogica lo prenda come portatore sano di queste nevrosi; lo assurga come coagulante del discorso almeno tre volte al giorno, ne faccia logotearapia di gruppo, una terapia d’urlo che sommessamente non tace nell’apparente afonia del broncio. Stimolare le fantasie più pigre predicando la ricerca interiore (e anteriore) di significati insigni e di bisogni sogni è il compito sociale e politico di un uomo come Bergonzoni che disertando da anni la televisione (salvo rare incursioni), è invitato nelle aule di Oxford come case-study del dipartimento di italianistica.

Termina la pellicola con dibattito a seguire: entrano in sala nello scrosciare degli applausi, attore, regista, distributore e un rappresentante della cineteca di Bologna. Dopo alcuni minuti di ringraziamenti all’istituto, dopo la non troppo dissimulata orticaria di Bergonzoni al talk-shaw manierato, dopo alcuni sensibili attriti nella gestione del cineforum e gaffe da spossatezza formale, è finalmente giunto il momento del pubblico. Viene invocato il discorso partecipato, e come sempre, quasi nessuno lo desidera (proprio perché richiesto).

Davanti a un colosso come Bergonzoni tacere è un atto di cautela. Si tace, tutti tacciono, qualcuno è già pronto a lasciare la sala carico (in senso elettrico) di significanti da processare mentalmente nella notte. Ma ecco che qualcuno palpita: l’uomo in abito blu si alza dalla poltrona appoggiandosi allo schienale davanti. Tentenna un po’ in attesa di un silenzio sufficiente. Con voce greve comincia a proferire qualcosa ancora prima che gli portino un microfono. L’uomo, con un certo sforzo facciale, assembla un discorso rivolto al film appena concluso. Dice, con garbo da confessore, di aver notato uno scarto tra Urge e Nessi (in teatro dal 2014); dice di aver notato per la precisione una crescita nel secondo lavoro. Ha visto Nessi ben cinque volte a teatro e quindi può dire di conoscerlo bene (vedere cinque volte un lavoro di Bergonzoni fa pensare alle azioni taumaturgiche e allo stesso tempo dopanti del suo teatro, e di certo quest’uomo sobrio ed elegante bene non sta, qualcosa nel suo corpo si è interrotto e qualcos’altro si è incrinato, forse ictus o un altro trauma neurologico, poco importa). Bergonzoni lo ascolta compiaciuto, lo ringrazia e applaude assieme alla platea, con l’eco nella nostra testa delle sue campagne per la Casa dei Risvegli di Bologna, della sua attenzione ai disagiati e ai caduti in coma, dai carceri agli ospedali psichiatrici; un pensatore comico che tratta la sofferenza con introversa autobiografica lievità, prerogativa questa dei diversi voluti da dio (parafrasando N. Lilin).

Ecco il finale che urge raccontare. Un uomo che per vivere vastamente ricorre al logos, applaude un uomo che ha perduto la facilità dell’eloquio causa un qualche accidente della vita e che ri(n)corre al primo ogni volta che può vederlo e “assumerlo” a teatro o al cinema. E addirittura lo incoraggia. Questo mi urge ricordare.

Ho fatto anch’io poi il mio voto di vastità, ripensando a lungo all’uomo in abito blu. Cosa può aver provato a seguire, per ben cinque volte, una massa intricata di parole di sensi e di senni come Nessi? Ha provato il brivido oscuro e rassicurante di chi riceve da Bergonzoni la forza disperata della sua corsa alla vita, alla vastità che essa include. Quanto visto e udito mi è parso allora un Granché su cui fare nessi ulteriori.


A CIASCUNO IL SUO SPETTACOLO COMUNISTA

A CIASCUNO IL SUO SPETTACOLO COMUNISTA



Questo atto barbarico che è la recensione, si rivolge ad un lavoro che andrebbe solo accolto nell’alveo delle espressioni politiche dal basso.

Uno spettacolo comunista: Alleluja è il titolo seguito dalla nota “un insuccesso annunciato”; un lavoro cantato e recitato da Fortunato Stramandinoli (in arte Fofò) e Roberto Scappin, il primo alla testa della formazione romagnola L’insolito Clan, il secondo fondatore della compagnia teatrale Quotidiana.com. Siamo a Castiglioncello, sul litorale di Livorno, città-battesimo del partito comunista italiano, precisamente a castello Pasquini, ospiti di Armunia.

Si muove verso la Sala del Camino una folta confraternita di possibili nostalgici. Il titolo del lavoro è incontrovertibile; un richiamo ancestrale, quasi religioso, per chi tentasse una ricognizione del pensiero comunista fino ai primordi della cristianità; una tentazione al dissesto morale. Comunista, comunismo, sono parole sacralizzate e demonizzate da miriadi di contrapposte incertezze, sono la storia e l’inesauribile sua negazione.
Ho immaginato gli sforzi dei due attori per resistere all’irrisione della contemporaneità rispetto a questo ennesimo lavoro fatto di rabbie e nostalgie. Se non è puro cabaret, se non sei Gaber e poi Paolo Rossi (per citare due nomi tra i pochi), è un suicidio artistico affrontare la tematica comunista in questo angolo morto di storia.

Si inizia. Due uomini in piedi uno in fronte all’altro, la bocca di un camino al loro fianco, nella semioscurità e nei respiri di un pubblico in dimessa attesa. Qui nel castello, espressioni come socialismo reale o lotta di classe acquistano una certa tensione estetica, si fanno già – per questioni simboliche – vessilli di sopite lotte (interiori). Uno spettacolo comunista dentro un castello nobiliare di fine ottocento oggi sede di una avventura teatrale grande come quella di Armunia è già in sé un trionfo che usurpa e sutura giustizia. Un trionfo sociale. Nell’aria i fendenti del vento che spinge da fuori. Contrapposti, i due si concentrano prima di ogni attacco su un terreno a massimo rischio di paternalismo e di pietas.

È un lavoro che già nel titolo si esaurisce e sazia, si pensa. Che fanno questi due? Leggono testi, cantano, intonano liturgie. Intanto Stramandinoli dilata con la musica la parola, la fa volare oltre la scena, l’altro, in un sapiente delirio, si lascia possedere da più anime in uno psicodramma musicato. Il dibattito è aperto, itoni si moltiplicano, non si lascia nulla alle sentenze.
Li guardi bene, cerchi di anticiparne le mosse, capirli, smontarli, ma i due retori rimarranno impenetrabili fino alla fine. Dopo aver perorato, cantato, suonato e ballato il loro spettacolo comunista, non avremo afferrato nulla che non sia il meccanismo espressivo che lo struttura: la lettura di testi inviati da diversi partecipanti interpellati sulla parola comunismo.

A metà dello spettacolo la pioggia mormora fianco ai muri. Cresce, in un cadenzato greve, che risuona sulla terra e la pineta intorno al castello, che immerge le pause dei due dentro l’irta drammaturgia collettiva.
Oltre un’ora di letture, di arie alla chitarra, di passi isterici, di grida, di pianti e strepiti ma in ultimo non sapremmo dire né guitti, né cantanti, né propriamente attori; non sapremmo dire cominci, drammatici, nostalgici, giovani o vecchi. Senza nessun espediente classico, senza un’intuibile scrittura di scena che non siano i testi inviati da una cinquantina di persone e alcune sacre letture, senza una scena, trattare uno spettacolo comunista attraverso lettere frammiste a bocconi di storia del pensiero politico, di filosofia del partito comunista sovietico, citando testi di Gramsci capaci ancora di ferire il buon senso.
Uno spettacolo comunista come questo, sta nel fatto che quanto abbiamo visto possa accadere e accadere qui, dentro la stagione di Armunia.

Rappresentazione ed espressione in questo lavoro vogliono coincidere, così come titolo e svolgimento. Scorrono i minuti nell’apparente leggerezza degli arpeggi di chitarra; emergono le voci, le diverse voci dei perdenti-resistenti, dei deboli, dei giusti, dei morti, sui diversi registri vocali di Scappin.
Si cita un mondo di pensieri e divinità per cantare gli ultimi. Si sottolineano i testi, le invettive, con la chitarra pronta al ghigno irresistibile di Fofò. Ne esce un impasto dolce e ironico di note e parole, sotto luci funeste e i lampi da fuori; un impasto che pure fa bene al cuore, massacra il cuore. Alloggiano nel cantato i fantasmi di Gaber e Faber, le lettere dei tanti interpellati dischiudono intimi ricordi di famiglia e di sezione, riemergono a migliaia le pagine di storia inutilmente studiate, sotto le quali un eterno comunismo invecchia decrepito senza lasciarsi morire.

I due retori ci risparmiano gli occhi fino all’ultimo, li levano piuttosto al cielo. E c’è odore di sincerità e di catarsi anche quando alcuni passaggi si piegano a inevitabili slogan del passato mimati con bombolette spray sul muro che separa il patetico dall’estremamente umano. Ma la politica è la retorica del sentimento, è la tecnica dell’ascolto acquisito, così l’antipolitica a sua volta non può non esserlo.

Si transvola lievi e poi grevi sulle vicissitudini del Pci nostrano e i suoi rimorsi, ma non si fanno analisi, qui si fa spettacolo, uno spettacolo comunista, verosimilmente suicida. Si declina l’amarezza personale assieme al pubblico e di questo si fa un pugno di popolo.
Eh la modernità è uno dei refrain sugli arpeggi di chitarra… Già, e il mento di Fofò ondeggia irsuto nel substrato di apparenti amenità. Poteva amici e compagni venir fuori una qualunque delle litanie per giunta retoriche e moraleggianti sulle tante e troppe macchie e sui vuoti del comunismo (nostrano e non). Invece, è avvenuto un transfert tra gli attori e il pubblico. Nonostante la cosiddetta quarta parete sul palco, ci siamo guardati e visti tutti emozionati tra tutti, gli uni con gli occhi degli altri (attori compresi); ci siamo anche indisposti per le stoccate sull’indifferenza e la menzogna con cui tiriamo avanti e sopportiamo la vita; infastiditi poi nelle parole di Gramsci, ma anche muti, pronti a domandarci un’altra volta le cose che ci domandavamo quando avevamo risposte certe quindi sbagliate. Quando “qualcuno era comunista” come cantava Gaber.

Uno spettacolo è per sua natura autoritario; impone parole, suoni, impone il proprio tempo. Si scrivono testi per ricattare moralmente il pubblico, costringerlo ad ascoltare, a scomporsi pur restando fermo.
Questa volta un piccolo campione di popolo è stato invitato e letto davanti a un altro campione di popolo che ha formato il pubblico. Un micro-congegno comunista è riuscito a produrre una minima partecipazione. Questo va osservato, va detto.
Nonostante ce ne siano stati i presupposti, nessuno ha riso troppo. Se avesse riso, una platea accondiscendente avrebbe avvilito il senso né comico né storico o politico ma radicalmente umano di questo lavoro collettivo (leggi comunista).


NEL GRANDE ABARASSE DI JOHN DE LEO

NEL GRANDE ABARASSE DI JOHN DE LEO



Il Grande Abarasse è il titolo del disco e del concerto che qui raccontiamo.

Se “grande” ha un significato chiaro, “Abarasse” è un soggetto soggettivo, o un sostantivo neutro gigante; non è comprensibile, ma innestato nella musica dell’autore, il titolo è quasi perfetto (e il quasi nella poetica di De Leo è avverbio fondante).

Questo commento è un tributo rivolto a un amico di lungo corso, premessa che vale l’imbarazzo di scrivere in maniera confidenziale di un artista complesso, che metterebbe in difficoltà anche un antropologo musicale.

Con un tempo biblico (i famosi sette anni delle sacre scritture), è uscito ad ottobre 2015 per Carosello Records, il Grande Abarasse

All’anagrafe è Massimo De Leonardis, ma lo si conosce nei diversi ambienti come John De Leo, uno dei casi musicali più discussi dalla critica engagé. Un mostro di sperimentazione e disciplina, reietto delle categorie contemporanee, cronico outsider del pop, del punk, del rock e altri generi alla moda; Rospo repellente a qualunque definizione, qualunque mercato sicuro  e incensamento mediatico e mediocre. Lui stesso – oramai è chiaro – è il suo Grande Abarasse.

Potrebbe essere un film (una colonna sonora è nascosta nell’album): “John e il Grande Abarasse”, una biopic sulla carriera musicale e artistica dei tanti “sé” del cantante; una vita già composta da una fitta serie di esperienze (Umbria Jazz, Festival Jazz di Roccella Jonica, Concerti del Primo Maggio, Sanremo, per citarne solo alcune), preziose collaborazioni (Ivano Fossati, Trilog Gurtu, Uri Caine, Louis Andriessen, Alessandro Bergonzoni, Stefano Benni), ma anche di sparizioni, eclissi, silenzi.

Nell’ultimo di questi silenzi si è generato il Grande Abarasse, contenente musiche, parole, e metafore esplosive, a partire dalla meno remota deflagrazione domestica. Tante ordinate confusioni d’appartamento con la musica intorno. Un boiler diventa una bomba che innesca le note e siamo dentro a un concept album che fa correre e cantare gatti, cani, vecchi e bambini dentro un carosello di pianerottoli, corridoi e stanze da letto. Un audioracconto che apre spiragli immaginifici e interpretativi del quotidiano, degni di un Buzzati o di un Carver; si va dalla profezia dell’Apocalisse alle ipotesi di un conflitto mondiale e medievale a un tempo (la fine dell’umanità sospinta dai media?). Ma l’Abarasse è davvero grande, è anche l’inesprimibile e l’assurdo di un’era come questa, fradicia di paure, liquida, sempre più bevibile, irrespirabile.

Dentro un condominio tremano diverse esistenze, si dipana una musica dove cantano gatti persiani e cantanti muti, danzano sirene polacche e misantropi d’appartamento. Tutti isolati e vicini, cantano o miagolano, appartati assieme, al cospetto di un qualche dio nascosto tra tubature e scarichi fognari.

E’ un disco drammatizzato, recitato con maestria, dove ogni traccia possiede una profondità sonora che solca l’ascolto, trapassa le partiture e le pareti tra le quali soggiornano i brani; sfonda porte e solleva pregiudizi, scava nell’intimo dei personaggi che vivono soli nella moltitudine di voci, di fobie e suoni che John riesce a produrre e a spingere fino al parossismo, al larsen più bruciante.

Un lavoro colossale che un concerto solo non può contenere. Oltre centocinquanta minuti di musica (tra le tracce ufficiali e quelle fantasma) giustificano la lunga attesa dopo il primo altrettanto laborioso disco da solista, Vago Svanendo.

Il Grande Abarasse ha un precedente lontano in Raptus, il rap melodico in tre atti (dall’ultimo disco di John con Quintorigo, In Cattività, Universal, 2003), storia di un professore solitario che diserta riunioni e vita condominiali.

Storytelling in musica, il nuovo album di John arriva con l’invocata ricerca, la cura maniacale di ogni dettaglio, a testimoniarci che lui torna dal vivo a “rappresentare” un suo disco nei teatri italiani, assieme alla sua quasi-orchestra di collaboratori e compagni di vita; tra questi il fedele chitarrista Fabrizio Tarroni, seguito dal manipolatore del suono Franco Naddei in arte Francobeat, poi Dimitri Sillato al pianoforte e violino, Silvia Valtieri (pianoforte, fisarmonica, percussioni giocattolo), Beppe Scardino e Piero Bittolo Bon (entrambi al clarinetto basso e sax baritono), Piero Baldani (violoncello) e Valeria Sturba (violino, violino elettrico, theremin), tutti musicisti di formazione classica. Al seguito dell’ensemble in fase di registrazione, i filarmonici dell’orchestra comunale di Bologna.


Andrea Serio
Illustrazione di Andrea Serio

Il concerto

Teatro Rossini di Lugo, 17 gennaio 2015. Lo stabile pulsa fino all’ultimo sedile in piccionaia, il palco è una distesa di strumenti che riposano. Tra gli ottoni e gli archi, occhieggia rosa il piccolo karaoke Barbie con annesso microfono: con quell’aggeggio e l’immancabile live looping sampler, John officerà i consueti rituali sonori ai quali mai ci si può abituare. A seguirlo e distorcerlo per le due ore di musica, le leve elettroniche di Francobeat accompagnato da un mini-xilofono.

Nel centro del palco, sotto una luce gravida, emerge il pianoforte a coda che per primo Giacomo Toni (cantautore spericolato a spalla del concerto) farà suonare.

L’incedere lento e delicato della Gibson di Fabrizio Tarroni fa partire le prime note; uno strumento alla volta è l’ouverture Four piano notes che subito rivela la struttura del concerto, diviso tra il nuovo album e riferimenti ad almeno due dei precedenti (Grigio e Vago Svanendo). Un’apertura dolce, eterea, fatta di passi tra pareti immaginarie. Sugli accordi di Tarroni entrano i due clarinetti, poi gli archi, col violoncello che ingrossa e nutre il respiro; al piano Silvia Valtieri che avvia accenni dei diversi temi del disco, in progressione, seguiti dai due violini. Tutti gli strumenti in dialogo, entra di taglio John; felino, incita l’orchestra, la dirige con ampie bracciate, impenna i suoni al culmine di un primo finale strepitoso (che coincide col finale aperto del disco). Ascoltiamo rapiti, ma questo concerto non si ascolta, si abita, e c’è posto per tutti.

Un John quasi-magia impugna il microfono a filo, comincia a frustare il palco e il suo circo immaginario di personaggi e bestie antropomorfe. In lui canta il gatto costruito in diretta al jam man, dando vita a un gioco di specchi sonori, psicotropo, illusionistico. C’è qualcosa di mostruoso ancora nell’inesplicabile naturalezza  a costruire personaggi e ambienti solo con l’arte della propria gola.

Entriamo in un radiodramma, una pièce teatrale musicata; uno spettacolo con note d’improvvisazione oltre la meccanica degli strumenti; l’ensemble fa dell’interpolazione il proprio stile e la propria difficoltà. Dopo il gatto (persiano e come tale cantato), arriva la Mazurka del misantropo, altra storia punteggiata da chitarra e sax baritono; un misantropo delira da una sedia a rotelle e finisce per innamorarsi di una sirena polacca, o per ucciderla (non ci è chiaro, lei si chiama Tania). E’ il momento in cui la melomania di John ha il suo primo abbandono e c’inchioda al sedile.

Il misantropo reclama, “Tania, dove sei, che succede?”

Nulla. E’ scoppiato un amore, è morto un altro amore.

Io non ha senso segue struggente e intimista con eco sottili di un lontano Momento Morto, di quando John era ancora Quintorigo a fine anni ’90. Un uomo scava in sé e trova una canzone struggente a rispondergli.

Si procede nella scorribanda di storie e personaggi che fanno correre via i minuti ad un tempo che mano a mano si fa irreale, delirio lucido di uno spettacolo a tratti ostile alla melodia a tratti suo complice. Arriva il theremin di Valeria Sturba che assieme a cello ed archi interrompe il narrato verso un pieno onirico, felliniano. E’ Primo moto ventoso. Vibrano le onde sonore del theremin, si alza un vento che ricopre la platea di una spettrale nostalgia costiera. Sembrano tornare le sirene polacche della Mazurka a Rimini, gli anni ’60; le spiagge romagnole conturbate da un levante impietoso. Domina la poesia del suono, la voce si assenta dal gioco delle apparizioni e degli spettri.

Dall’altra parte dell’ombra suona il pianoforte, è The other side of a shadow che nel disco ospita Uri Caine. E’ di nuovo spoken word con estratti da “La linea d’ombra” di Conrad rimontati in musica (anche questa una scelta in doppia linea con la possibile idea retrospettiva dell’album e il confronto letterario dell’autore tra passato e futuro, in una contesa mai chiusa con il concetto di tempo). Sulla tastiera del pianoforte – in questo brano – le quattro mani di Valtieri e Sillato.

E’ la volta di un mantra blues, apocalittico, con virate gospel di profezia e di reincarnazioni; “Prova questo mantra” è il refrain circolare di Apocalissi Mantra Blues, prima che l’amara chiusura alla Battisti apra alla nuova storia di un maniaco depressivo in fuga da tutto. E’ 50 euro, anche questo un brano corale, tra il protagonista, un suo cortese inseguitore e altri personaggi laterali (qui riferimenti pop presenti ma beffati, caricati di sapido sarcasmo). Titolo molto attuale, fisionomia variabile tra mood parodistici e richiami musicali al Malatosano punk di Grigio.

Muto (come un pesce rosso) è l’ultimo brano prima del bis; canta un paradosso e chiude in poesia la sintesi concettuale del disco; di nuovo incontriamo il John delle origini, capace di ritmare il pezzo alternando acuti nitidi a rantoli “al laringofono” (altra sua peculiarità).

Il brano non si chiude, apre un’anta interna; scandisce passi che scendono a cercare spiegazioni nel seminterrato di questo album. C’è stata un’esplosione. Scendiamo lungo cunicoli sotterranei alla ricerca di un possibile guasto tra tubature e impianti elettrici. L’ambiente si anima di suoni e anche di luci. Cosa può essere successo? Sia esplosa la caldaia centrale? Comincia un thriller cadenzato a chitarra e sax. Soffitti bassi e cantine dal respiro umido, fumoso, suspense dilatata. Chitarra e sax ancora in dialogo a sfumare atmosfere tinte di giallo; altri passi via via più lontani conducono in fondo a una notte che risveglia l’intero condominio nei delay sovrapposti dei cori finali, così che fino all’ultimo ci si chiede se questo non sia un intero lavoro sulla sparizione e il suo eterno ricordo (ritorno), raddoppiato, moltiplicato per tutti i condomini del palazzo e del pianeta, all’infinito; la possibilità del rinvio delle umane cose fino all’ultima particella di un’eco sonora. “Lo scopriremo solo morendo”, recita uno dei brani, parodiando Battisti.

Batte un cuore dub nel volteggio finale dei beat; l’invisibile riverbero rimbalza dentro il teatro-condominio a oltranza, mentre la gente sfolla stordita.

Fermiamo John per una domanda. “Dopo un Grande Abarasse così, è davvero tutto finito?”

“Resta la domanda” è la sua risposta.

Abarasse.