Pitecus 1995-2017, vent’anni da primate


Foto di Silvia Amadori

Arti lunghi e nodosi, mento prognato, fronte sporgente, Antonio Rezza sa farsi piteco con pochi spostamenti di muscoli. Un piteco scattante, nervoso, moltiplicato da una serie di esseri dall’aspetto scimmiesco o scimmiottante. Esseri meschini, laidi, terribilmente umani. Una sequenza di freak balla scomposta in questo lavoro che per l’appunto s’intitola Pitecus.

Sono trascorsi oltre vent’anni dall’esordio, era il 1995. In tutto questo tempo molti di noi hanno mancato di incontrare un artista che assieme a Flavia Mastrella, porta avanti la personale battaglia dell’auto-affermazione e della libertà espressiva attraverso cinema, scrittura, performance. Una battaglia a tutta faccia e a piene parole, una lunga e tenace lotta che trova eco anche nelle nostre sale.

Un artista così non poteva che vivere la doppia sorte del successo di critica (per la libertà eversiva e l’intelligenza belluina) e un relativo difetto di pubblico.  L’attesa di un buon seguito di affezionati è stata il braciere dell’estro e della rabbia creativa di Antonio Rezza. A lungo lo ha anelato, ed eccolo: il pubblico ora c’è, ma perché c’è se prima non c’era? E’ la storia di tanti grandi misconosciuti, ma qui vogliamo dedicarci a lui, a Pitecus e al suo pubblico di scimmie; osservare da vicino la relazione tra Antonio Rezza, il piteco e la gente, ovvero il popolo, il pubblico.

Siamo al piccolo teatro Ex Oratorio di Bertinoro per l’assegnazione del premio Ermete Novelli (finora conferito a ottuagenari monumenti del teatro di prosa), accolto dallo stesso Rezza con mellifluo imbarazzo misto a gioia. Ecco il nero busto del Novelli farsi parte dell’avanspettacolo che anticipa Pitecus, tra onorificenze tricolore, rappresentanze teatrali, direttori artistici à la page. Il premio vola infine in braccio a Rezza che lo fascia del nastro nazionale. Un tripudio di flash e di applausi scuote la platea.

Franco Quadri immortalò questo lavoro con un articolo all’altezza del performer; un Pitecus in dialogo ossessivo con sé stesso, attento però alle reazioni del pubblico. Pubblico indolente, disattento, che va pungolato, che paga perché vuole subire. Se non pagante, doppiamente colpevole.

A distanza di oltre vent’anni questo Pitecus è scatenato; immutate sono le abilità fisiche e oratorie di Antonio Rezza, uomo-scimmia evoluto in decine di personaggi che si avvicendano lungo il sipario di teli colorati, sezionandosi attraverso pertugi e tagli ergonomici, in arti, nasi, occhi, bocche parlanti, mutanti sulle diverse declinazioni del grottesco italico. Basterebbe la sua faccia inafferrabile, intagliata nei drappi variopinti, ridotta a un mento occhiuto, per abbandonarsi all’effetto comico-pietistico che promana da questo performer fuori dal tempo; i quadri (ideati da Flavia Mastrella) si succedono al ritmo di sketch, i cambi d’abito e di orpelli fan prodigi; in una manciata di minuti il pubblico è rapito da un Pitecus tanto esposto da suggerire la sua immolazione.

Franco Quadri ha fermato la corsa di Pitecus in un fotofinish che immortala il performer in un Savonarola corrucciato che vira sapientemente allo scimpanzé, un performer incollocabile nel tempo e nello spazio, un “Qualcuno“ a cavallo tra Rinascimento e Futurismo.

Qui, si volge lo sguardo al suo pubblico, al rapporto tra l’artista e la platea. L’impressione è che Antonio Rezza brami i sentimenti del pubblico (temendone i malintesi) e nutra onestamente i suoi risentimenti per ogni forma di ordine e istituzione, compreso l’applauso quando accessorio del consenso, col suo facile dichiarare partecipazione anche quando è solo chiassosa presenza. Applaudire dunque non basta, specie quando fuori tempo. Noi comprendiamo, per questo adoriamo le performance alla Pitecus di Bertinoro, espiatorie e spietate: ogni spettacolo è un invocato massacro emotivo, ogni suo lavoro – pur primeggiando la plastica comicità (dono altissimo da parte dell’artista) – è un doppio riscatto: per Pitecus (artista evoluto in bestia), dalle frustrazioni percepite da parte di un pubblico plaudente ma catatonico, tardivo, mai sincronizzato, e da questo, il pubblico, un riscatto (o laica espiazione) dal proprio avvilente qualunquismo, le proprie miserie.

Pitecus ci guarda uno ad uno dietro le nostre gabbie e ci deride divertendoci. Indossa panni e voci che lo trasformano in decine di “noi caricaturali”, con la generosità dell’artista inesauribile, pronto ad ogni polemica fino allo scontro. Ognuno in sala sa, che al primo incauto insolente salterebbe in braccio la scimmia a fauci aperte. Un tizio applaude solitario a scena aperta, Rezza (non Pitecus) lo fredda sibilando “Ti distruggo con l’indifferenza”; una donna tossisce e lui: “Brutta tosse questa… oggi ci siamo, domani chissà.”. È interazione continua a senso unico alternato, è performance totale, l’”oltre imprevedibile” che si fa contingenza situazionista.

Tutti nella condizione schiava di uomini, Piteco (volgarizziamo da qui il nome) genera un dialogo col pubblico dal quale si esce battuti ma rinfrancati. Il meccanismo punitivo (e assolutorio), è anche in questo lavoro, l’applauso. A tempo debito o a scena aperta, noi scimmie applaudiamo Piteco, il quale, liberato – solo temporaneamente – dallo status di uomo e di artista-schiavo (in quanto scimmia post-umana) può godere della nostra “infermità” di spettatori assiepati nel buio della piccola platea, plaudenti gaudenti, e affaticati dai ritmi agonistici del performer, che minaccia il nono bis e il rifacimento dell’intero spettacolo in spagnolo (per l’unico spettatore che gli è parso poco partecipe appunto perché (forse) spagnolo).

Pitecus è un lavoro dove il performer è il regista inatteso di una platea di mani e di occhi, stonata ma ben assortita, risvegliata e pronta ad amarlo.

Rezza fa del dialogo col pubblico il commento vivo al suo Pitecus; non è interazione di voci off casuali, né sollecitazione di istinti oratori: è una tentata colluttazione verbale continua. Coglie nell’aria un rantolo e schizza una battuta lapidaria; suona un telefono e lui minaccia fratture multiple, piange un bambino, lo incoraggia a disperarsi per il suo futuro restante.

Il pubblico è ancora e sempre elemento fondante dello spettacolo. Pitecus, senza i difetti e le piccole miserie della platea, senza il candido masochismo dei più, plaudenti meccanici o compulsivi, impazzito di rabbia, si getterebbe giù dal palco, e in un bagno di abbracci scomposti, darebbe vita a un comizio.

Venite dunque gente, senza timore, applaudiamo Antonio Rezza e Flavia Mastrella.