HERZOG Vs HERZOG:
LA NATURA IMPROPRIA DEL WEB



 

Pare sempre più vero che la vecchiaia conferisca ai grandi spiriti un impeto di libertà creativa.
Si fanno spericolati, spietati nella loro ricerca di effetti. Così fa anche Herzog, veterano della Neue Welle, col suo lavoro sulle “fantasticherie” del mondo connesso, reveries of the connected world, che diventa curiosamente “Il futuro è oggi” nel volgere della traduzione italiana.

In una sera infausta dentro un cinema city multisala, ho cercato, tra un carosello pubblicitario e una serie infinita di trailer, di seguire il documentario in questione.
Cercavo una conferma della teoria sulle “libertà senili” proprio dal grande regista classe 1942. Visionario eccentrico, uomo avverso alla storia, si sarebbe cimentato in un racconto su genesi, presente e futuro remoto di internet, dopo aver dichiarato di usare a malapena un vecchio cellulare.

Una pellicola d’autore, epica e grottesca, incapace di mettere ordine in sé stessa, di formulare un pensiero forte. Non un documentario ma un racconto in dieci capitoli di altrettante favole impressionanti intorno al mondo del web. Un lavoro che documenta in primis la libertà dello sguardo divertito e difforme del regista su una delle questioni di massimo interesse (e allarme) da parte di filosofi, sociologi e altre categorie interessate alle umane sorti.

Il grande Herzog ci ride sopra, divertito e feroce nelle sue domande ai protagonisti del film. Si piazza dietro la telecamera e fuori campo fa incetta di confessioni, aneddoti, primissimi piani e piani-dettaglio di alcuni tra i protagonisti dell’epopea digitale e non solo, dal fisico Lawrence Krauss, all’astronoma Lucianne Walkovicz, dal primo internauta della storia Leonard Kleinrock, a due giovani alienati da internet, fino a interviste sconcertanti come quella all’imprenditore stellare inventore di PayPal Ilon Minsk o il gioviale ingegnere delle auto senza guidatore Sebastian Thrun.

Il tono delle interviste è informale, ad Herzog interessano più le persone immerse nella questione che la questione stessa, il fenomeno storico riflesso sui volti degli intervistati. Loro sono il vero set del documentario, i volti, così profondamente indagati da trasudare quella verità estatica che muove la ricerca del regista.

Anche quando la telecamera entra nella casa della famiglia di Nikki Catsouras (la giovane brutalizzata in rete dopo la morte in un incidente d’auto che l’ha decapitata), Herzog non cerca il dramma, trasmette piuttosto un’installazione del dolore creata dal suo congegno registico dentro un salotto ordinato. Qui la famiglia è in posa attorno al tavolo in un quadretto borghese intatto; le due figlie mostrano un volto cereo dallo sguardo fisso, la madre, dopo il racconto del marito, evoca l’anticristo del web con la compostezza dell’ospite che dispone i centrini per il tè; il padre freme di dolore senza scomporsi troppo, arrossendo durante le fasi più acute del racconto. La scena risulta artificiale, fredda, statica. Le immagini si fanno icastiche, è il momento in cui il racconto di Herzog si rivela primariamente fiction.

Lo and behold trasmette con le sue meraviglie e i suoi strepiti scientifici un altro capitolo dell’epica americana: internet.
E di nuovo è l’America dove ogni effetto si fa abnorme, mito contemporaneo paternalistico e fatale. Lo spettatore si trova ancora una volta davanti all’incubo-sogno a stelle e strisce, alle deformazioni psicotrope prodotte dal metabolismo tecnologico made in Usa.

Herzog, umanista appassionato, punta tutto sui dialoghi intimi, sui dettagli dei volti e le espressioni più evocative; indugia sulle asimmetrie facciali, sui difetti dell’epidermide, le curvature delle sopracciglia, i sorrisi mefistofelici; guida con voce profonda la narrazione verso l’effetto cercato.
La residua purezza del regista va incontro a una realtà (il web) che non ha niente di naturale e già troppo di umano. Herzog Vs Herzog, ma il primo – quello naturista e libero – ne esce bene, sorridendo, restando sempre al di là e al di qua dell’analisi storica.

Klenirock, il professore che lanciò il primo messaggio internet nel 1969, i due veterani neuroscienziati di Pittsburg che ipotizzano un pensiero twittabile, l’inventore dell’ipertesto e altri sacerdoti del web presenti nel film, rappresentano i padri di internet, i vecchi entusiasti che elaborano ipotesi apocalittiche; questi personaggi (ridotti a caricature di sé stessi) paiono borderline di una vita oscuramente devota allo sviluppo della robotica, della vita interplanetaria, dell’interconnessione globale e poi universale; sembrano in preda a deliri allucinatori, strabuzzano gli occhi, spalancano bocche, gesticolano affannosamente in uno stato di eccitamento euforico che contrasta con l’impietosità delle analisi che fanno. Da qui un frequente effetto comico fin dalle prime battute del film, quando Herzog ci mostra un arzillo Kleinrock che assesta pacche sonore sul grosso calcolatore messo in rete mezzo secolo fa: un umorismo lieve, che serpeggia agevolmente tra epos americano ed entusiasmo nerd ante litteram.

L’autodeterminazione della rete, l’interconnessione tra sistemi operativi autosufficienti, il superamento dell’uomo da parte dei robot capaci di pilotare auto e giocare a calcio, sono scenari che tanti hanno già introiettatato, più o meno consapevolmente, nel corso dell’ultimo decennio; Herzog in questo film ce li racconta a modo suo e a modo suo li introietta.

Il sospetto è che il regista di Aguirre e Fitzcarraldo, abbia cercato con questo lavoro di esorcizzare la paura che in tanti di noi (refrattari alla rete) deriva dall’arroganza della tecnologia e di chi ne detiene il controllo. Deridendolo e frugandolo dall’interno, Herzog ha forse scongiurato il peggiore dei mondi impossibili.

Una domanda finale, da cani segugi. Come è accaduto che Reveries of the connected world sia diventato nel titolo italiano Il futuro è oggi? Le fantasticherie americane di Herzog sono il nostro futuro presente (?).
Giunto a noi attraverso il distributore italiano I Wonder Pictures, il titolo del film ha perso ogni traccia dell’originaria ironia, virando al celebrativo, al pedagogico, forse rivolto ai giovani nativi digitali che invece lo troveranno obsoleto e patetico.