C(r)edere a Tommaso


Simpatia, affetto addirittura, per il Tommaso di Kim Rossi Stuart, uscito poche settimane fa dai battenti di Venezia.
Una storia intima, un film d’autore; qualcuno scrivendone ha citato padri di memorabili capolavori intimisti come Moretti e Allen. Così è Tommaso, un film d’introspezione specchiato sul collo sottile e fuori asse, la schiena lievemente convessa, di un attore inerte tra nevrosi morettiane e pulsioni parossistiche.

Tommaso è un bello e possibile che vaga per una Roma indifferente con l’aria smarrita di chi mendica umanità; un disagiato schivo, in preda a una crisi generalizzata che ha il suo epicentro nell’affettività; è uno qualunque di noi una volta chiuso un rapporto di coppia al culmine della noia e dell’abulia. Qui stanno la generosità e il coraggio dell’autore: dare con sé stesso volto e corpo a una categoria maschile piuttosto ampia, quella dei “confusi (chiusi) dentro”. E’ ossessionato dal sesso, ne teorizza l’essenza dell’agire maschile; è rigido, goffo, grossolanamente amletico. Ecco alcuni tratti del Tommaso di Rossi Stuart ovvero il Tommasino di Anche libero va bene, prequel-esordio alla regia di questo autore. Il piccolo Tommaso brutalizzato dal padre e abbandonato dalla madre, diventa in questa storia l’uomo tormentato in cerca di sé, tra donne variabilmente assenti e sgradevoli incursioni materne.

Un disagio così ben recitato da renderne la visione dolorosa, a tratti isterica: il dolore di assistere alle miserie di un quarantenne che in analisi vomita lamenti e impotenza, tutte le sue fragilità trattenute nella pancia e nella testa del Tommaso bambino. Ma dov’è ‘sto bambino?!
Quando gli accessi d’ira lo rendono un mostro urlante con gli occhi fuori dalle orbite, allora Tommaso riesce a farci ridere E ogni volta che il dramma si esaspera in delirio, in acuta violenza verbale, il ridicolo ha il sopravvento e immancabilmente provoca il riso, liberatorio e grato.

La relazione amorosa è il fine psicologico, quella sessuale il mezzo concreto con cui raggiungerla, così, rimasto solo, Tommaso si mette in cerca di donne. Incappiamo in alcuni stereotipi femminili, giovani attillate con e senza cane al seguito, con e senza malizia, fino a quando il nostro inizia a concludere, prima con una ragazza dolce con la quale instaura una relazione (breve e straziante) poi con una giovane scaltra e smaliziata che pur dandogli gioie carnali lo (ab)batte ai punti sul tappeto di casa e se ne va sorridente. Lui poi, dandosi al giardinaggio acrobatico contro una colonia di vermi parassiti, cade malamente finendo in un letto d’ospedale. Da qui in avanti la conversione, come ogni vera caduta promette.

Questo slancio verso il film parte dal nostro interesse per i rari e talvolta patetici predicatori contemporanei. Tommaso incarna in tal senso il monito dei disastri causati a sé e agli altri dal misconoscimento dei propri mostri e delle proprie paure. Il collasso psichico del protagonista, le sue torture mentali, sono l’effetto di una lunga indulgenza verso i dubbi profondi che gli attanagliano i giorni.

Tra le interviste rilasciate dal regista, quella su Vanity Fair contiene le confidenze di Stuart sui motivi del film in relazione anche alla sua vita privata. Leggendola, capiamo che l’autore ha voluto esprimersi su due piani opposti con questo lavoro: quello della coppia e quello della sua impossibilità, dichiarata poi in altre interviste e implicitamente nel suo film. Questo dualismo ovviamente gli è concesso, come si concede a tutti sui grandi temi dell’umanità.

Così Stuart, sul patinato settimanale femminile, si rivela maschio sentimentale e paterno, uomo fedele che celebra la famiglia, intimista progressista antimachista, insomma qualcosa di molto diverso ma molto evocato dal Tommaso del film. Il mio protagonista è un puro, arriva a dire nell’intervista, ma si comprende che sta solo rilanciando la complessità e le contraddizioni del suo personaggio. Recitare (indagare) sé, resta la sfida più alta di ogni attore, la sua migliore perversione, e questo è quello che sospettiamo lui abbia voluto cercare. Ogni opera è una ricerca di verità personali che di volta in volta cambiano o si allontanano.

In definitiva ci appare un personaggio non puro ma purista dei sentimenti; illuso, maniaco dell’introspezione, egolalico dai tratti anafettivi e poi ultraffettivi; erotomane perseguitato dal comandamento dei sentimenti impartiti e negati, incerto fino alla paralisi che arriva, puntuale, dopo la caduta dall’alto di una scala. Una specie di “bell’Antonio” ribaltato, tiranneggiato dai sensi e da immagini erotiche che lo perseguitano senza dargli che nuove mancanze. Per questo in fondo ci siamo affezionati a Tommaso.

Finchè arriva un finale freudiano, felliniano nelle atmosfere, paradigmatico quindi moralistico. Dopo la caduta, la convalescenza-smarrimento in ospedale, il risveglio davanti alla madre terribile riconciliata, ecco la possibile salvezza lungo il tunnel dell’inconscio.

Negli ultimi fotogrammi Tommaso siede su una spiaggia dove ritrova il piccolo sè tra altri bambini festanti la madre giovane che evapora nel nulla, la visione, al tramonto, di una donna che si affatica tra i flutti marini. Lui la avvicina a nuoto, lei bella e impedita nei movimenti da una bizzarra caduta, si rivela a noi di spalle dando inizio al corteggiamento. Qui di nuovo sorridiamo; torna a scaricare il dramma la commedia di ogni primo approccio. La scena si chiude al tramonto, non priva di ombre.

Nell’ambiguità a tratti incerta della trattazione, nella mancanza di rigore psichico e difese da parte del protagonista, risiede la forza rivelatrice di questo lavoro che si arrischia sul ridicolo dei sentimenti, umanizza il mito del maschio e ne espone impietosamente i difetti contemporanei.