URGE, NEI CINEMA D’ASSAI



L’uomo in abito blu era seduto lungo la mia fila; il gabardine sulle ginocchia esili sulle quali, per ultimo, a sala già in ombra, era entrato con passi incerti e affaticati, tutt’altro che spigliato nel chiedere permesso. Un uomo sottile, di almeno sessant’anni, che pochi minuti prima avevo urtato per la fretta inutile di raggiungere il mio posto a sedere. Camminava con estrema lentezza, aspettando che l’atrio sfollasse, appoggiandosi sugli stipiti che trovava davanti. Non avevo inteso le sue lesioni.

Nella sala Mastroianni del Lumière di Bologna ha inizio Urge, pellicola ormai nota ai seguaci di Alessandro Bergonzoni. Sul grande schermo ad alta definizione con un audio impeccabile, passano le sequenze dell’omonimo spettacolo teatrale ripreso da più telecamere, enfatizzato ed empatizzato dai primissimi piani (sempre difficili da trattare per la loro megalomania e la voglia di apparire) dell’attore e grazie all’opera di selezione e montaggio di alcuni retroscena.

Attraverso questo espediente digitale, Bergonzoni crea la propria ubiquità, il proprio frattempo, entrando in una consapevole visione unificata e parallela del suo lavoro. Mentre è con noi al Lumière, è contemporaneamente in sala a Venezia e Cagliari, qualche sera dopo a schermi unificati a Bergamo Perugia e Cremona e così via, sala dopo sala, per tutta l’Italia dei cinema d’essai (d’assai). Migliaia di spettatori simultaneamente davanti alla sua predicazione di vastità. Non cinema e non teatro, vediamo l’uno mezzo dell’altro, l’altro meta del primo, una sorta di metacinema con doppi sensi: un discreto traffico di parole.

Urge è retrovisione e macrovisione cinetiche, dal momento che si avverte un aumento fisico del corpo e della voce del grande (grandioso) Bergonzoni, godendo di riprese laterali e posteriori dell’oratore in movimento continuo.

Angolazioni altrimenti inaudite.

Parlare di Urge non è più urgente del suo ricordo muto, ma la predicazione sociale che anche questo lavoro contiene ci interessa sulla via dei predicattori contemporanei che qui si vuole solcare. Uno dei più emeriti è lui, Bergonzoni, il quale non avendo bisogno certo di incoraggiamenti, resta pur sempre un freak di spessore, un outsider della comicità italiana, un famoso frainteso, un filosofolle; uno che riesce con ogni mezzo e ogni media a non essere mai mediocre anche quando (raramente) media un suo estremismo; legione di parole e onomatopee, miriade di allitterazioni e travestimenti lessicali, caterva di travasi comunicanti e fornicazioni linguistiche, ma soprattutto intenso cristologico predicattore, lui resta, sullo schermo come senza schermo, la stessa macchina da lemma moltiplicatrice di sé stessa in sé stessa per il quale meccanismo si fa difficile anche trovare lo spazio di un applauso.

Bergonzoni in Urge ci urtica, perorando per quasi due ore il suo voto di evacuità come la sua fisiologia linguistica vuole suggerire. Evacua vastamente, elegantemente per lo più, senza vacillare per un tempo che in un essere normale produrrebbe un collasso polmonare o essicazione delle fauci, o disidratazione dell’epitelio linguistico. Quando pare sfiatato e si accascia sul piano di un tavolo-lavagna, da fiato alle trombe dell’apocalisse e dalla sua ugola fuoriescono animali, anfibi, insetti, muezzin e altre creature della su(a)rrealtà.

Precede Nessi questo suo Urge, connesso e annesso ad ogni lavoro precedente e successivo, perché tutto il lavoro (lavorIo) di Bergonzoni è una sola inesauribile corsa verso la vita come vitalismo mentale e fantastico, attraverso il consumo incommensurabile delle risorse della parola e del discorso.

Sherazad bolognese afflitto da ipertrofia dialettica, lui di certo si salverà dal ‘névasto e potrebbe salvare molti dalla morte inferiore appunto inferta dai pusher dell’intrattenimento. Chi soffre di logorrea o di bulimia dialogica lo prenda come portatore sano di queste nevrosi; lo assurga come coagulante del discorso almeno tre volte al giorno, ne faccia logotearapia di gruppo, una terapia d’urlo che sommessamente non tace nell’apparente afonia del broncio. Stimolare le fantasie più pigre predicando la ricerca interiore (e anteriore) di significati insigni e di bisogni sogni è il compito sociale e politico di un uomo come Bergonzoni che disertando da anni la televisione (salvo rare incursioni), è invitato nelle aule di Oxford come case-study del dipartimento di italianistica.

Termina la pellicola con dibattito a seguire: entrano in sala nello scrosciare degli applausi, attore, regista, distributore e un rappresentante della cineteca di Bologna. Dopo alcuni minuti di ringraziamenti all’istituto, dopo la non troppo dissimulata orticaria di Bergonzoni al talk-shaw manierato, dopo alcuni sensibili attriti nella gestione del cineforum e gaffe da spossatezza formale, è finalmente giunto il momento del pubblico. Viene invocato il discorso partecipato, e come sempre, quasi nessuno lo desidera (proprio perché richiesto).

Davanti a un colosso come Bergonzoni tacere è un atto di cautela. Si tace, tutti tacciono, qualcuno è già pronto a lasciare la sala carico (in senso elettrico) di significanti da processare mentalmente nella notte. Ma ecco che qualcuno palpita: l’uomo in abito blu si alza dalla poltrona appoggiandosi allo schienale davanti. Tentenna un po’ in attesa di un silenzio sufficiente. Con voce greve comincia a proferire qualcosa ancora prima che gli portino un microfono. L’uomo, con un certo sforzo facciale, assembla un discorso rivolto al film appena concluso. Dice, con garbo da confessore, di aver notato uno scarto tra Urge e Nessi (in teatro dal 2014); dice di aver notato per la precisione una crescita nel secondo lavoro. Ha visto Nessi ben cinque volte a teatro e quindi può dire di conoscerlo bene (vedere cinque volte un lavoro di Bergonzoni fa pensare alle azioni taumaturgiche e allo stesso tempo dopanti del suo teatro, e di certo quest’uomo sobrio ed elegante bene non sta, qualcosa nel suo corpo si è interrotto e qualcos’altro si è incrinato, forse ictus o un altro trauma neurologico, poco importa). Bergonzoni lo ascolta compiaciuto, lo ringrazia e applaude assieme alla platea, con l’eco nella nostra testa delle sue campagne per la Casa dei Risvegli di Bologna, della sua attenzione ai disagiati e ai caduti in coma, dai carceri agli ospedali psichiatrici; un pensatore comico che tratta la sofferenza con introversa autobiografica lievità, prerogativa questa dei diversi voluti da dio (parafrasando N. Lilin).

Ecco il finale che urge raccontare. Un uomo che per vivere vastamente ricorre al logos, applaude un uomo che ha perduto la facilità dell’eloquio causa un qualche accidente della vita e che ri(n)corre al primo ogni volta che può vederlo e “assumerlo” a teatro o al cinema. E addirittura lo incoraggia. Questo mi urge ricordare.

Ho fatto anch’io poi il mio voto di vastità, ripensando a lungo all’uomo in abito blu. Cosa può aver provato a seguire, per ben cinque volte, una massa intricata di parole di sensi e di senni come Nessi? Ha provato il brivido oscuro e rassicurante di chi riceve da Bergonzoni la forza disperata della sua corsa alla vita, alla vastità che essa include. Quanto visto e udito mi è parso allora un Granché su cui fare nessi ulteriori.