A CIASCUNO IL SUO SPETTACOLO COMUNISTA



Questo atto barbarico che è la recensione, si rivolge ad un lavoro che andrebbe solo accolto nell’alveo delle espressioni politiche dal basso.

Uno spettacolo comunista: Alleluja è il titolo seguito dalla nota “un insuccesso annunciato”; un lavoro cantato e recitato da Fortunato Stramandinoli (in arte Fofò) e Roberto Scappin, il primo alla testa della formazione romagnola L’insolito Clan, il secondo fondatore della compagnia teatrale Quotidiana.com. Siamo a Castiglioncello, sul litorale di Livorno, città-battesimo del partito comunista italiano, precisamente a castello Pasquini, ospiti di Armunia.

Si muove verso la Sala del Camino una folta confraternita di possibili nostalgici. Il titolo del lavoro è incontrovertibile; un richiamo ancestrale, quasi religioso, per chi tentasse una ricognizione del pensiero comunista fino ai primordi della cristianità; una tentazione al dissesto morale. Comunista, comunismo, sono parole sacralizzate e demonizzate da miriadi di contrapposte incertezze, sono la storia e l’inesauribile sua negazione.
Ho immaginato gli sforzi dei due attori per resistere all’irrisione della contemporaneità rispetto a questo ennesimo lavoro fatto di rabbie e nostalgie. Se non è puro cabaret, se non sei Gaber e poi Paolo Rossi (per citare due nomi tra i pochi), è un suicidio artistico affrontare la tematica comunista in questo angolo morto di storia.

Si inizia. Due uomini in piedi uno in fronte all’altro, la bocca di un camino al loro fianco, nella semioscurità e nei respiri di un pubblico in dimessa attesa. Qui nel castello, espressioni come socialismo reale o lotta di classe acquistano una certa tensione estetica, si fanno già – per questioni simboliche – vessilli di sopite lotte (interiori). Uno spettacolo comunista dentro un castello nobiliare di fine ottocento oggi sede di una avventura teatrale grande come quella di Armunia è già in sé un trionfo che usurpa e sutura giustizia. Un trionfo sociale. Nell’aria i fendenti del vento che spinge da fuori. Contrapposti, i due si concentrano prima di ogni attacco su un terreno a massimo rischio di paternalismo e di pietas.

È un lavoro che già nel titolo si esaurisce e sazia, si pensa. Che fanno questi due? Leggono testi, cantano, intonano liturgie. Intanto Stramandinoli dilata con la musica la parola, la fa volare oltre la scena, l’altro, in un sapiente delirio, si lascia possedere da più anime in uno psicodramma musicato. Il dibattito è aperto, itoni si moltiplicano, non si lascia nulla alle sentenze.
Li guardi bene, cerchi di anticiparne le mosse, capirli, smontarli, ma i due retori rimarranno impenetrabili fino alla fine. Dopo aver perorato, cantato, suonato e ballato il loro spettacolo comunista, non avremo afferrato nulla che non sia il meccanismo espressivo che lo struttura: la lettura di testi inviati da diversi partecipanti interpellati sulla parola comunismo.

A metà dello spettacolo la pioggia mormora fianco ai muri. Cresce, in un cadenzato greve, che risuona sulla terra e la pineta intorno al castello, che immerge le pause dei due dentro l’irta drammaturgia collettiva.
Oltre un’ora di letture, di arie alla chitarra, di passi isterici, di grida, di pianti e strepiti ma in ultimo non sapremmo dire né guitti, né cantanti, né propriamente attori; non sapremmo dire cominci, drammatici, nostalgici, giovani o vecchi. Senza nessun espediente classico, senza un’intuibile scrittura di scena che non siano i testi inviati da una cinquantina di persone e alcune sacre letture, senza una scena, trattare uno spettacolo comunista attraverso lettere frammiste a bocconi di storia del pensiero politico, di filosofia del partito comunista sovietico, citando testi di Gramsci capaci ancora di ferire il buon senso.
Uno spettacolo comunista come questo, sta nel fatto che quanto abbiamo visto possa accadere e accadere qui, dentro la stagione di Armunia.

Rappresentazione ed espressione in questo lavoro vogliono coincidere, così come titolo e svolgimento. Scorrono i minuti nell’apparente leggerezza degli arpeggi di chitarra; emergono le voci, le diverse voci dei perdenti-resistenti, dei deboli, dei giusti, dei morti, sui diversi registri vocali di Scappin.
Si cita un mondo di pensieri e divinità per cantare gli ultimi. Si sottolineano i testi, le invettive, con la chitarra pronta al ghigno irresistibile di Fofò. Ne esce un impasto dolce e ironico di note e parole, sotto luci funeste e i lampi da fuori; un impasto che pure fa bene al cuore, massacra il cuore. Alloggiano nel cantato i fantasmi di Gaber e Faber, le lettere dei tanti interpellati dischiudono intimi ricordi di famiglia e di sezione, riemergono a migliaia le pagine di storia inutilmente studiate, sotto le quali un eterno comunismo invecchia decrepito senza lasciarsi morire.

I due retori ci risparmiano gli occhi fino all’ultimo, li levano piuttosto al cielo. E c’è odore di sincerità e di catarsi anche quando alcuni passaggi si piegano a inevitabili slogan del passato mimati con bombolette spray sul muro che separa il patetico dall’estremamente umano. Ma la politica è la retorica del sentimento, è la tecnica dell’ascolto acquisito, così l’antipolitica a sua volta non può non esserlo.

Si transvola lievi e poi grevi sulle vicissitudini del Pci nostrano e i suoi rimorsi, ma non si fanno analisi, qui si fa spettacolo, uno spettacolo comunista, verosimilmente suicida. Si declina l’amarezza personale assieme al pubblico e di questo si fa un pugno di popolo.
Eh la modernità è uno dei refrain sugli arpeggi di chitarra… Già, e il mento di Fofò ondeggia irsuto nel substrato di apparenti amenità. Poteva amici e compagni venir fuori una qualunque delle litanie per giunta retoriche e moraleggianti sulle tante e troppe macchie e sui vuoti del comunismo (nostrano e non). Invece, è avvenuto un transfert tra gli attori e il pubblico. Nonostante la cosiddetta quarta parete sul palco, ci siamo guardati e visti tutti emozionati tra tutti, gli uni con gli occhi degli altri (attori compresi); ci siamo anche indisposti per le stoccate sull’indifferenza e la menzogna con cui tiriamo avanti e sopportiamo la vita; infastiditi poi nelle parole di Gramsci, ma anche muti, pronti a domandarci un’altra volta le cose che ci domandavamo quando avevamo risposte certe quindi sbagliate. Quando “qualcuno era comunista” come cantava Gaber.

Uno spettacolo è per sua natura autoritario; impone parole, suoni, impone il proprio tempo. Si scrivono testi per ricattare moralmente il pubblico, costringerlo ad ascoltare, a scomporsi pur restando fermo.
Questa volta un piccolo campione di popolo è stato invitato e letto davanti a un altro campione di popolo che ha formato il pubblico. Un micro-congegno comunista è riuscito a produrre una minima partecipazione. Questo va osservato, va detto.
Nonostante ce ne siano stati i presupposti, nessuno ha riso troppo. Se avesse riso, una platea accondiscendente avrebbe avvilito il senso né comico né storico o politico ma radicalmente umano di questo lavoro collettivo (leggi comunista).