NEL GRANDE ABARASSE DI JOHN DE LEO



Il Grande Abarasse è il titolo del disco e del concerto che qui raccontiamo.

Se “grande” ha un significato chiaro, “Abarasse” è un soggetto soggettivo, o un sostantivo neutro gigante; non è comprensibile, ma innestato nella musica dell’autore, il titolo è quasi perfetto (e il quasi nella poetica di De Leo è avverbio fondante).

Questo commento è un tributo rivolto a un amico di lungo corso, premessa che vale l’imbarazzo di scrivere in maniera confidenziale di un artista complesso, che metterebbe in difficoltà anche un antropologo musicale.

Con un tempo biblico (i famosi sette anni delle sacre scritture), è uscito ad ottobre 2015 per Carosello Records, il Grande Abarasse

All’anagrafe è Massimo De Leonardis, ma lo si conosce nei diversi ambienti come John De Leo, uno dei casi musicali più discussi dalla critica engagé. Un mostro di sperimentazione e disciplina, reietto delle categorie contemporanee, cronico outsider del pop, del punk, del rock e altri generi alla moda; Rospo repellente a qualunque definizione, qualunque mercato sicuro  e incensamento mediatico e mediocre. Lui stesso – oramai è chiaro – è il suo Grande Abarasse.

Potrebbe essere un film (una colonna sonora è nascosta nell’album): “John e il Grande Abarasse”, una biopic sulla carriera musicale e artistica dei tanti “sé” del cantante; una vita già composta da una fitta serie di esperienze (Umbria Jazz, Festival Jazz di Roccella Jonica, Concerti del Primo Maggio, Sanremo, per citarne solo alcune), preziose collaborazioni (Ivano Fossati, Trilog Gurtu, Uri Caine, Louis Andriessen, Alessandro Bergonzoni, Stefano Benni), ma anche di sparizioni, eclissi, silenzi.

Nell’ultimo di questi silenzi si è generato il Grande Abarasse, contenente musiche, parole, e metafore esplosive, a partire dalla meno remota deflagrazione domestica. Tante ordinate confusioni d’appartamento con la musica intorno. Un boiler diventa una bomba che innesca le note e siamo dentro a un concept album che fa correre e cantare gatti, cani, vecchi e bambini dentro un carosello di pianerottoli, corridoi e stanze da letto. Un audioracconto che apre spiragli immaginifici e interpretativi del quotidiano, degni di un Buzzati o di un Carver; si va dalla profezia dell’Apocalisse alle ipotesi di un conflitto mondiale e medievale a un tempo (la fine dell’umanità sospinta dai media?). Ma l’Abarasse è davvero grande, è anche l’inesprimibile e l’assurdo di un’era come questa, fradicia di paure, liquida, sempre più bevibile, irrespirabile.

Dentro un condominio tremano diverse esistenze, si dipana una musica dove cantano gatti persiani e cantanti muti, danzano sirene polacche e misantropi d’appartamento. Tutti isolati e vicini, cantano o miagolano, appartati assieme, al cospetto di un qualche dio nascosto tra tubature e scarichi fognari.

E’ un disco drammatizzato, recitato con maestria, dove ogni traccia possiede una profondità sonora che solca l’ascolto, trapassa le partiture e le pareti tra le quali soggiornano i brani; sfonda porte e solleva pregiudizi, scava nell’intimo dei personaggi che vivono soli nella moltitudine di voci, di fobie e suoni che John riesce a produrre e a spingere fino al parossismo, al larsen più bruciante.

Un lavoro colossale che un concerto solo non può contenere. Oltre centocinquanta minuti di musica (tra le tracce ufficiali e quelle fantasma) giustificano la lunga attesa dopo il primo altrettanto laborioso disco da solista, Vago Svanendo.

Il Grande Abarasse ha un precedente lontano in Raptus, il rap melodico in tre atti (dall’ultimo disco di John con Quintorigo, In Cattività, Universal, 2003), storia di un professore solitario che diserta riunioni e vita condominiali.

Storytelling in musica, il nuovo album di John arriva con l’invocata ricerca, la cura maniacale di ogni dettaglio, a testimoniarci che lui torna dal vivo a “rappresentare” un suo disco nei teatri italiani, assieme alla sua quasi-orchestra di collaboratori e compagni di vita; tra questi il fedele chitarrista Fabrizio Tarroni, seguito dal manipolatore del suono Franco Naddei in arte Francobeat, poi Dimitri Sillato al pianoforte e violino, Silvia Valtieri (pianoforte, fisarmonica, percussioni giocattolo), Beppe Scardino e Piero Bittolo Bon (entrambi al clarinetto basso e sax baritono), Piero Baldani (violoncello) e Valeria Sturba (violino, violino elettrico, theremin), tutti musicisti di formazione classica. Al seguito dell’ensemble in fase di registrazione, i filarmonici dell’orchestra comunale di Bologna.


Andrea Serio
Illustrazione di Andrea Serio

Il concerto

Teatro Rossini di Lugo, 17 gennaio 2015. Lo stabile pulsa fino all’ultimo sedile in piccionaia, il palco è una distesa di strumenti che riposano. Tra gli ottoni e gli archi, occhieggia rosa il piccolo karaoke Barbie con annesso microfono: con quell’aggeggio e l’immancabile live looping sampler, John officerà i consueti rituali sonori ai quali mai ci si può abituare. A seguirlo e distorcerlo per le due ore di musica, le leve elettroniche di Francobeat accompagnato da un mini-xilofono.

Nel centro del palco, sotto una luce gravida, emerge il pianoforte a coda che per primo Giacomo Toni (cantautore spericolato a spalla del concerto) farà suonare.

L’incedere lento e delicato della Gibson di Fabrizio Tarroni fa partire le prime note; uno strumento alla volta è l’ouverture Four piano notes che subito rivela la struttura del concerto, diviso tra il nuovo album e riferimenti ad almeno due dei precedenti (Grigio e Vago Svanendo). Un’apertura dolce, eterea, fatta di passi tra pareti immaginarie. Sugli accordi di Tarroni entrano i due clarinetti, poi gli archi, col violoncello che ingrossa e nutre il respiro; al piano Silvia Valtieri che avvia accenni dei diversi temi del disco, in progressione, seguiti dai due violini. Tutti gli strumenti in dialogo, entra di taglio John; felino, incita l’orchestra, la dirige con ampie bracciate, impenna i suoni al culmine di un primo finale strepitoso (che coincide col finale aperto del disco). Ascoltiamo rapiti, ma questo concerto non si ascolta, si abita, e c’è posto per tutti.

Un John quasi-magia impugna il microfono a filo, comincia a frustare il palco e il suo circo immaginario di personaggi e bestie antropomorfe. In lui canta il gatto costruito in diretta al jam man, dando vita a un gioco di specchi sonori, psicotropo, illusionistico. C’è qualcosa di mostruoso ancora nell’inesplicabile naturalezza  a costruire personaggi e ambienti solo con l’arte della propria gola.

Entriamo in un radiodramma, una pièce teatrale musicata; uno spettacolo con note d’improvvisazione oltre la meccanica degli strumenti; l’ensemble fa dell’interpolazione il proprio stile e la propria difficoltà. Dopo il gatto (persiano e come tale cantato), arriva la Mazurka del misantropo, altra storia punteggiata da chitarra e sax baritono; un misantropo delira da una sedia a rotelle e finisce per innamorarsi di una sirena polacca, o per ucciderla (non ci è chiaro, lei si chiama Tania). E’ il momento in cui la melomania di John ha il suo primo abbandono e c’inchioda al sedile.

Il misantropo reclama, “Tania, dove sei, che succede?”

Nulla. E’ scoppiato un amore, è morto un altro amore.

Io non ha senso segue struggente e intimista con eco sottili di un lontano Momento Morto, di quando John era ancora Quintorigo a fine anni ’90. Un uomo scava in sé e trova una canzone struggente a rispondergli.

Si procede nella scorribanda di storie e personaggi che fanno correre via i minuti ad un tempo che mano a mano si fa irreale, delirio lucido di uno spettacolo a tratti ostile alla melodia a tratti suo complice. Arriva il theremin di Valeria Sturba che assieme a cello ed archi interrompe il narrato verso un pieno onirico, felliniano. E’ Primo moto ventoso. Vibrano le onde sonore del theremin, si alza un vento che ricopre la platea di una spettrale nostalgia costiera. Sembrano tornare le sirene polacche della Mazurka a Rimini, gli anni ’60; le spiagge romagnole conturbate da un levante impietoso. Domina la poesia del suono, la voce si assenta dal gioco delle apparizioni e degli spettri.

Dall’altra parte dell’ombra suona il pianoforte, è The other side of a shadow che nel disco ospita Uri Caine. E’ di nuovo spoken word con estratti da “La linea d’ombra” di Conrad rimontati in musica (anche questa una scelta in doppia linea con la possibile idea retrospettiva dell’album e il confronto letterario dell’autore tra passato e futuro, in una contesa mai chiusa con il concetto di tempo). Sulla tastiera del pianoforte – in questo brano – le quattro mani di Valtieri e Sillato.

E’ la volta di un mantra blues, apocalittico, con virate gospel di profezia e di reincarnazioni; “Prova questo mantra” è il refrain circolare di Apocalissi Mantra Blues, prima che l’amara chiusura alla Battisti apra alla nuova storia di un maniaco depressivo in fuga da tutto. E’ 50 euro, anche questo un brano corale, tra il protagonista, un suo cortese inseguitore e altri personaggi laterali (qui riferimenti pop presenti ma beffati, caricati di sapido sarcasmo). Titolo molto attuale, fisionomia variabile tra mood parodistici e richiami musicali al Malatosano punk di Grigio.

Muto (come un pesce rosso) è l’ultimo brano prima del bis; canta un paradosso e chiude in poesia la sintesi concettuale del disco; di nuovo incontriamo il John delle origini, capace di ritmare il pezzo alternando acuti nitidi a rantoli “al laringofono” (altra sua peculiarità).

Il brano non si chiude, apre un’anta interna; scandisce passi che scendono a cercare spiegazioni nel seminterrato di questo album. C’è stata un’esplosione. Scendiamo lungo cunicoli sotterranei alla ricerca di un possibile guasto tra tubature e impianti elettrici. L’ambiente si anima di suoni e anche di luci. Cosa può essere successo? Sia esplosa la caldaia centrale? Comincia un thriller cadenzato a chitarra e sax. Soffitti bassi e cantine dal respiro umido, fumoso, suspense dilatata. Chitarra e sax ancora in dialogo a sfumare atmosfere tinte di giallo; altri passi via via più lontani conducono in fondo a una notte che risveglia l’intero condominio nei delay sovrapposti dei cori finali, così che fino all’ultimo ci si chiede se questo non sia un intero lavoro sulla sparizione e il suo eterno ricordo (ritorno), raddoppiato, moltiplicato per tutti i condomini del palazzo e del pianeta, all’infinito; la possibilità del rinvio delle umane cose fino all’ultima particella di un’eco sonora. “Lo scopriremo solo morendo”, recita uno dei brani, parodiando Battisti.

Batte un cuore dub nel volteggio finale dei beat; l’invisibile riverbero rimbalza dentro il teatro-condominio a oltranza, mentre la gente sfolla stordita.

Fermiamo John per una domanda. “Dopo un Grande Abarasse così, è davvero tutto finito?”

“Resta la domanda” è la sua risposta.

Abarasse.